Jarrett e Rollins: tornano le star

da Perugia

Umbria Jazz è cominciata venerdì con un concerto del trio di Renato Sellani. Finisce «a mezzanotte circa» (Round Midnight, secondo il titolo del celebre tema di Thelonious Monk) di domenica prossima con il quintetto di Eric Alexander e Vincent Herring.
Comunque vada, sarà un’edizione speciale e fitta di interrogativi. Fa seguito a tre anni - cominciati con il trasferimento dei maggiori concerti dai Giardini del Frontone di Perugia alla grande Arena Santa Giuliana che ha creato più problemi di quanti ne abbia risolti - nei quali Umbria Jazz si è sentita dire di tutto (talvolta ingiustamente) dai censori più severi. «C’era una volta Umbria Jazz. Ora, con cartelloni che fanno spazio a Elton John, Giorgia, Milva e non solo, c’è invece Umbria Rock, o Pop, o come altro la si voglia ribattezzare». «Nata per i cultori del jazz, la kermesse umbra è adesso una manifestazione generalista, così chiamata con un aggettivo orribile mutuato dalla tv». «I concerti di vero jazz, proprio quelli, sono stati ghettizzati a mezzanotte». «Umbria Jazz dovrebbe avere la lealtà di trasformarsi in Umbria Music Festival, come la rassegna di Montreux alla quale si ispira, riservandosi di aprire piuttosto alla musica colta, che sarebbe una bella cosa». A queste ironie, qualcuno meno cattivo rispondeva: «Bisogna capire che Umbria Jazz è un evento mediatico. Se il jazz non offre più forti possibilità di attrazione come ai tempi dei Mingus, dei Mulligan e dei Davis, la direzione artistica è costretta a pescare altrove. È importante però che lo faccia bene, malgrado che la tematica non le sia propria e la conosca poco. E poi che non insista fino alla noia con gli stessi nomi, specie per quanto riguarda i musicisti italiani».
Salvo quest’ultimo punto, questa volta le censure sono state ascoltate. Il grande jazz è presente come non mai all’Arena Santa Giuliana. Leggiamo il programma ufficiale: oggi è di scena il quintetto Tangaria di Richard Galliano; domani il quintetto di Enrico Rava e Stefano Bollani con gli archi dei Solisti di Perugia; martedì il trio di Keith Jarrett; mercoledì il quartetto di Ornette Coleman; giovedì 12 Sly & The Family Stone, storico complesso ispiratore della svolta elettrica di Miles Davis; venerdì 13 Pat Metheny e Brad Mehldau; sabato 14 il gruppo di Sonny Rollins; domenica 15 si passa al Brasile con Gilberto Gil e Carlinhos Brown.
Naturalmente ci sono anche tanti gruppi importanti di «seconda fila», come si dice. Citiamo, in ordine di apparizione, il trio di Cedar Walton, i senatori George Benson e Al Jarreau, Dionne Warwick con un altro senatore, Henri Salvador; e poi Gianni Coscia con il progetto Frescobaldi, Giovanni Tommaso con il quintetto Apogeo, il pianista Carlo Negroni con il suo «Millennium Bach», il quartetto di Roberto Gatto, Uri Caine con Paolo Fresu, Doctor 3, l’ottetto di Gianluigi Trovesi, il quartetto di Franco D’Andrea, Francesco Cafiso con Fabrizio Bosso, la Trumpet Legacy di Bosso & Boltro, il quartetto di Rosario Giuliani, la big band di Charles Tolliver; e infine una tale quantità di medi e piccoli concerti gratuiti da rendere impossibile qualsiasi menzione.
Ma torniamo ai grandissimi. Ci vuol poco ad accorgersi che salvo un paio di nomi - vengono in mente Randy Weston e Abdullah Ibrahim - i maggiori superstiti del jazz-jazz sono proposti (meglio: riproposti) tutti in una volta. Ci sono tutti, si sparano tutte le cartucce. D’altra parte, questo è ciò che passa il convento e non c’è nulla da obiettare. È inutile consolarsi sostenendo che il jazz non è finito con il Ventesimo secolo del quale è stato il protagonista musicale, ma ha soltanto cambiato abitazione trasferendosi in Europa. Vedi caso, fra i grandissimi europei (esclusi gli italiani) c’è soltanto Richard Galliano. E poi? Mah. Staremo a vedere e a sentire.