Jason Kay, l’anima contestatrice dei Jamiroquai

Il cantante pop, leader della band entrata ormai nella leggenda della musica, tuona contro il capitalismo ma colleziona Ferrari, Lamborghini e Maserati

Antonio Lodetti

Un trentacinquenne che tutte le donne vorrebbero avere al fianco: carino, spregiudicato, circondato dal lusso, di professione rockstar di lungo corso (il suo primo disco, Emergency On Planet Earth, uscì nel 1993 e, occhieggiando allo stile di Stevie Wonder, fece impazzire il mondo). È Jason Kay, o più familiarmente Jay Kay, anima dei Jamiroquai che stasera tengono concerto al Forum.
L’abbiamo visto di recente al Festivalbar a Torino, presentare l’ultimo album Dynamite, cui ha fatto da apripista il singolo Feels Just Like It Should. Un album che stenta a raggiungere il grande successo commerciale, del resto è difficile fare i conti con lavori come Traveling Without Moving che nel 1996 vendette quasi dieci milioni di copie conquistando l’America o con il penultimo Funk Odissey, che è andato benissimo nonostante i vacui suoni dance.
Lui resta sempre il principino del funk (venti milioni circa di album venduti nel mondo), anche se fa un po’ più di fatica a piazzare i suoi dischi in vetta alle hit parade di tutto il mondo. I fan si attendono da lui e dalla sua band sfrenati ritmi robotici, serenate tecnologiche, spruzzate rock e soul mescolate a melodie orecchiabili. Il segreto, nelle sue parole, è «massimizzare il groove, asciugare le strofe e allungare i ritornelli».
La storia (che sfuma nella leggenda) racconta che nei primi anni Novanta, questo strano giovanotto dai cappellini imbarazzanti, abbia varcato la soglia della Columbia con un nastro che conteneva i suoi primi vagiti artistici. Tra questi Space Cowboy, che nel giro di mezz’ora gli fruttò un ottimo contratto discografico. Così, il carismatico Jason Kay ha sfondato mescolando le carte e proponendo un efficace miscuglio modaiolo di suoni bianchi e neri. Dal vivo non sbaglia un colpo, portando in dote sei dischi per chi ama la musica ballabile ma di qualità. Partiti dall’acid jazz, infatti, i Jamiroquai fondono lo spirito del soul commerciale con la vivacità della disco e il nerbo del rhythm and blues. A modo loro celebrano icone come Stevie Wonder, Kool & the Gang, Sly Stone («il mio è un funk rock alla Sly & Family Stone»).
Cantante dalla voce schietta e androgina, Jason è tanto abile nello scrivere quanto nel costruirsi un’immagine di sicura presa sui fan. Racconta di essere figlio di una cantante jazz e di un marinaio, di aver sbarcato il lunario spacciando hashish nella periferia di Londra. Tuona contro il razzismo e in difesa delle associazioni ecologiste (nell’ultimo cd c’è anche la canzone di prammatica anti Bush, ovvero World That He Wants); sul palco si presenta col tipico berretto di pelo d’orso cui attribuisce qualità taumaturgiche.
Tuona contro il capitalismo ma possiede una collezione di Ferrari da capogiro, con contorno di Aston Martin, Lamborghini e una Maserati del 1955 ultima arrivata nella sua scuderia. Però sul palco si diverte e fa divertire perché, come ammette lui stesso, è un eterno ragazzino. «Sto ancora crescendo, e spero che la gente si riconosca nelle mie canzoni e in quello che dico».