Javarone: dal palco della Scala al club chic del melodramma

L’anima dell’Associazione «Amici della lirica»: «Ricordo il successo della formula che ci aveva portato ai concerti mensili al San Babila»

Enrico Groppali

Lei mi riceve nella sua bella casa che, oltre al sole così generoso in queste torride giornate di primavera, è magicamente illuminata dai fiori. Una sinfonia di celesti chiari, di blu foncé, di tenere tinte pastello, azzurro fiordaliso e viola cupo che fanno da corona e da sfondo a questa splendida signora bionda che al collo porta delle perle di tormalina rarissime («sono delle Paraìba e vengono dal Brasile», informa con grazia) e ai polsi, alle dita, sul risvolto della giacca del tailleur inalbera con finta modestia ramoscelli, anelli e bracciali del colore che ama di più: il turchese.
Lei è Daniela Javarone, l'anima (lo dico io, anche se l'interessata si schermisce con grazia) dell'Associazione «Amici della Lirica» che tanto fa per promuovere, conservare, potenziare uno dei patrimoni più preziosi che abbiamo: il nostro melodramma. Naturale chiederle dunque come è cominciata questa passione esclusiva, divorante, assoluta che l'ha portata a difendere in prima linea il grande lascito del nostro Ottocento.
Da quando ama la musica, signora Javarone?
«Da sempre. Perché fin da bambina ascoltavo alla radio, dal grammofono e poi dal vivo, da un palco della Scala, le arie struggenti di Manrico e i sospiri di Violetta in compagnia della mia nonna. Che si era classificata prima assoluta ai severissimi saggi di diploma del Conservatorio. Aveva una splendida voce da soprano, ed era considerata una grande promessa. Purtroppo non mantenuta».
Come mai?
«Perché mio nonno la vide, se ne innamorò, la sposò e subito dopo le impose, come allora si usava, di abbandonare qualsiasi velleità di palcoscenico. Lei si piegò docilmente alla sua volontà, ma non rinunciò mai alla musica tanto che mi fece promettere di non tradire mai, per nessuna ragione, il mondo dell'opera. Almeno da spettatrice».
Per questo motivo ha fondato l'Associazione?
«Oh, no, gli “Amici della lirica” esistono dal '74! Tanto è vero che la prima presidente è stata Mafalda Favero. Io sono arrivata solo nel 1991».
E da quattordici anni, si dedica anima e corpo a questa iniziativa?
«Non è un'iniziativa ma una vocazione, un impegno continuo, una scelta di vita che condivido con quella carissima persona che è Alberto Litta Modignani. Un uomo che della lirica conosce ogni piega e ogni piaga, ogni virgola, ogni risvolto segreto. È stato lui, oltre al ricordo di Rosa Magistroni, la straordinaria grande maman che le ho appena nominato, a farmi comprendere che dovevo dedicare tutte le mie energie alla salvaguardia di un patrimonio che fa parte del Dna di tutti gli italiani».
Ma in cosa si traduce, in pratica, un impegno come il suo?
«Vogliamo far conoscere le nuove leve, i cantanti, le grandi voci di domani e, per farlo, organizziamo concerti, contattiamo e scritturiamo pianisti, abbiamo affittato un ufficio dove una domenica sì e una no i giovani artisti meritevoli di una segnalazione si esibiscono al piano tutto il pomeriggio facendo sfoggio delle loro bellissime doti».
Ho sentito dire, tuttavia, che non vi limitate a questo...
«Verissimo. Infatti organizziamo convegni, incontri, presentazioni di novità editoriali. Che non sempre riguardano la musica. Perché ritengo sia necessario, oltre che stimolante, far conoscere certi autori trascurati dal mercato che, come dei fari nella nebbia, possano condurci per mano al di là di tanto preoccupante consumismo verso una concezione allargata della cultura».
Può farmi un esempio?
«Se c'è un narratore che vede Shakespeare sotto una luce inedita o, in via eccezionale, un uomo come Luciano De Crescenzo che viene a parlarci del suo rapporto privilegiato coi tragici greci, tutto questo porta acqua al nostro mulino. Quello del teatro musicale, per intenderci. Come si fa ad ascoltare il Macbeth di Verdi facendo tabula rasa del grande dramma del Bardo? O ad essere sfiorati da Gluck senza conoscere Euripide?».
Mi ha convinto. Ma per condurre in porto tante belle iniziative ci vogliono fondi. Come risolve l'Associazione questo spinoso problema?
La bella signora sospira: «Una volta», commenta con un tono appena incrinato dal rimpianto, «a Milano si spendeva di più per la diffusione della cultura. Tanto è vero che la formula studiata a tavolino di organizzare un concerto mensile al San Babila aveva ottenuto un successo al di là di ogni aspettativa. Poi vennero i tagli, l'austerity, le difficoltà...».
Che per fortuna avete superato...
«D'accordo con quella donna eccezionale che è stata Biki, la mia adorata madrina, abbiamo aggirato l'impasse proponendo a soci, amici ed estimatori la novità di una cena a scadenza mensile in onore di un personaggio dello spettacolo, di un creatore di moda, di un giornalista famoso, di un cineasta di grido. Io e la Biki, rimboccandoci le maniche, ci siamo dette che se non potevamo più promuovere giovani soprani, aitanti tenori e baritoni dallo squillo generoso nelle sale dell'Albergo Trivulzio, potevamo risolvere il problema da una parte con questi dinners dove ognuno è invitato a offrire il proprio contributo e dall'altra con tre gala annuali indetti a una scadenza precisa».
Quale?
«Il gala di San Valentino dedicato agli innamorati, il gala di Primavera che celebra il ritorno alla vita dopo la stasi invernale e il gala natalizio con cui ci si congeda da un anno che ci auguriamo ben speso».
Mi sorride. I suoi occhi chiari mandano lampi. La bella signora bionda, sotto questa luce discreta, ha assunto le sembianze di una dogaressa del Tiepolo sorpresa nell'intimità del suo palazzo mentre dai vetri un tramonto da cartolina tramuta il suo salotto dove la musica è sovrana nel salone delle feste di Ca' Rezzonico. Le ombre di Gavazzeni e Nicola Benois, il riso contagioso di Alberto Sordi e la classe innata di Wally Toscanini ci salutano dalle pareti nelle foto-ricordo degli ospiti d'onore dell'Associazione. Care presenze, vive come non mai, accanto agli amici di sempre: la Cortese avvolta nei suoi turbanti orientali, l'eterea e lunare Carla Fracci, il sorriso propiziatorio del vice-sindaco De Corato, il profilo di Afeltra e, perché no, l'occhio curioso di Bertinotti colto mentre si annoda l'ennesimo foulard.
«Perché la nostra forza», mormora soave Daniela, «è quella di essere apolitici, espressione dell'arte e dell'amore per l'Italia».

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