Jazz Al Blue Note la voce e il fascino di Karin Schmidt

Martedì (ore 21), ritorna al Blue Note per un unico set il soprano bavarese Karin Schmidt in quartetto. Ci sono molte novità rispetto al passato. Al pianoforte siede ora il milanese Paolo Alderighi, giovane virtuoso emergente che da due anni sfiora la vittoria nel Top della rivista Musica Jazz fra i nuovi talenti; al contrabbasso è confermato l'ottimo Roberto Piccolo, mentre la batteria è affidata a Nicola Stranieri, collaudatissimo in concerti e dischi di pregio. Ma le mutazioni più interessanti sembra che riguardino la protagonista, per cui ne parliamo direttamente con lei. Che c'è di nuovo, signora Schmidt, oltre a due collaboratori su tre?
«Alcuni anni fa, in un'altra intervista, le dissi che la mia provenienza dalla musica lirica, quanto meno rettificata dalla scelta di dedicarmi a Kurt Weill, a Marlene Dietrich e poi a Gershwin, Porter, Kern, Bernstein e ai maestri del jazz, specialmente a Duke Ellington, mi obbligava a trattenere la voce, a moderare gli acuti e, appunto, i voli lirici. Adesso ci riesco senza doverci pensare».
Però, se posso permettermi un complimento, quello che la critica definisce «il suono incantevole della voce di Karin Schmidt», per non parlare dell'affascinante presenza scenica, non è cambiato, tutt'altro. Ma lei, perché mai si è trasferita in Italia?
«È una domanda che mi fanno tutti, data la nazione colma di musica da cui provengo. Ma io mi sento italiana per carattere. Amo la cordialità degli italiani, così diversi, sotto questo aspetto, dai miei compatrioti».
Da qualche tempo, in Italia la crisi della buona musica è peggiorata. Lei ne risente?
«Me ne sono accorta, tanto è vero che per tenere un buon numero di concerti devo passare di nuovo il confine, specie verso il Nord. Di recente sono andata anche verso il Sud e ho cantato per quattro sere nell'isola di Malta. Ho avuto quattro standing ovation che mi hanno fatto molto piacere».
Non si lamenti troppo. In fondo, nel Belpaese lei ha cantato al Filarmonico di Verona, all'Opera di Roma, agli Arcimboldi qui a Milano per il Teatro alla Scala; e ancora all'Olimpico di Vicenza, al festival di Ravello in Costiera Amalfitana e ad importanti festival del jazz, per tacere di tante sale minori... Come pensa di fronteggiare la crisi?
«Realizzando dischi. Ne ho in cantiere almeno tre: con il mio quartetto, con Renato Sellani e la partecipazione di Massimo Moriconi al contrabbasso, e poi c'è il live del concerto per la Scala».
Niente male. Ha fatto così, a suo tempo, anche un sommo pianista di nome Glenn Gould. È un buon precedente.