Jazz-country: la ricetta di Bill Evans

Antonio Lodetti

Bill Evans (il giovane sassofonista, non il mitico pianista che ha fatto la storia del jazz) è stato scoperto da Miles Davis e nel suo biglietto da visita vanta collaborazioni con John McLaughlin e Herbie Hancock. Partendo da solide basi jazzistiche, ha allargato il suo spettro sonoro toccando persino l’hip hop. Ora ci prova con la musica country, o meglio con il bluegrass. Nel suo nuovo cd Soulgrass ha convocato virtuosi del country come Bela Fleck, Sam Bush, Jerry Douglass. Dal vivo, al club Blue Note, si propone con il repertorio dell’album ma con una band che comprende Vinnie Valentino alla chitarra e al banjo, Ric Fierabracci al basso, Joel Rosenblatt (già con Chick Corea) alla batteria, l’eclettico Christian Howes al violino. La fusione tra country e jazz non è una novità. Ha fatto epoca negli anni ’70 l’album di Dave Holland con star come Vassar Clements e Norman Blake. Ma Evans non si tuffa scriteriatamente nel mare magnum del bluegrass; piuttosto cerca di disegnare una fusion colta dove il jazz sia l’ingrediente principale con spruzzate di country e funk. Scrive e interpreta brani coloriti (spesso introdotti da un suo fremente assolo) come Soulgrass, Small Town Jack, Eyes of the Child più lo stupendo Cool Air dal suo repertorio passato, che dal vivo sposano melodia, ritmo e improvvisazione entusiasmando il pubblico. Evans è leader sicuro e ottimo solista, banjo e chitarra sono ben dosati, la ritmica tosta ma di classe, il violino imprendibile nelle sue divagazioni tra folk e atonalità. Una divertente serata con suoni di frontiera.