Il jazz suonato sulle punte

Il musicofilo di lungo corso, che abbia seguito come merita anche il jazz italiano, sa che il cognome che portava non ha giovato affatto al pianista Romano Mussolini. Lui ne era consapevole e se ne lamentava con gli amici. Capiva fin troppo bene che, fra il pubblico, molti non venivano per ascoltare la sua musica ma per avvicinarlo, prima o dopo il concerto, e fargli domande di tutt’altro tipo. «Mi chiedono di papà - diceva con quella tranquilla tenerezza che non lo abbandonava mai -. Ma io non ne voglio parlare. Non in questa sede, perlomeno». Era il periodo in cui Romano faceva copia fissa con il clarinettista e sassofonista americano Tony Scott, il quale aveva un aspetto per nulla conciliante, ma come deterrente non serviva.
Era un pianista pregevole e versatile, Romano. Aveva imparato ad amare il jazz fin da ragazzo per mezzo dei dischi del fratello Vittorio, superappassionato di musica americana. E non è senza significato che ciò accadesse tra i figli del Duce, che molti accusano di aver disposto l’esclusione del jazz dalle nostre contrade. Probabilmente non era vero. Sta di fatto che durante gli anni ’40 Romano inizia a studiare da solo il pianoforte. Ha disposizione e tenacia, per cui fa progressi molto rapidi; il suo idolo è Oscar Peterson. Dopo il 1950 partecipa già ad alcune sedute di registrazione, sia con il contrabbassista Carlo Loffredo, sia con il trombettista Nunzio Rotondo: musicista tradizionale il primo, moderno il secondo.
Questa capacità di trovarsi a proprio agio in qualunque situazione espressiva e con i professionisti più quotati, lui autodidatta, non lo abbandonerà mai. Le voci d’enciclopedia che lo riguardano mettono in evidenza le sue qualità anche di compositore, le tournée compiute negli Stati Uniti per collaborare senza problemi con maestri americani di alto livello, e lo definiscono «uno dei migliori pianisti italiani, dotato di molto gusto e sensibilità». Lascia 23 dischi a suo nome. Mi permetto di citarne uno che mi è assai caro perché ho lavorato alla sua realizzazione nel 1973: si tratta di Mirage, ristampato nel 1993. Mussolini, per andare un po’ incontro al gusto dell’epoca, suona il piano elettrico. Ma, con il suo consueto understatement, si rivolge in questi termini all’ascoltatore nelle note di copertina: «Se cercherai messaggi, contestazioni, avanguardia, rimarrai deluso. Lascio questo ad altri che lo fanno meglio e con maggiore impegno. Mi sono limitato a riunire un gruppetto di amici per suonare con loro la musica che mi è più congeniale». Gli amici sono dello spessore di Glauco Masetti, Emilio Soana, Piero Montanari, Roberto Spizzichino e Tullio De Piscopo.