Il jazz venuto dal freddo a Villa Celimontana

Fabrizio De Feo

È anche un viaggio nei Paesi del jazz, nelle sfumature e nelle temperature musicali più lontane, la rassegna estiva di Villa Celimontana. Un caleidoscopio che, da qualche anno, si apre al mondo e all’offerta musicale proveniente dai diversi angoli del globo con una serie di serate organizzate in collaborazione con alcune ambasciate straniere. Una scelta «cosmopolita» che vuole offrire visibilità ai fenomeni musicali che caratterizzano il jazz contemporaneo, dai talenti conosciuti ai progetti di ricerca e sperimentalismo.
Nel mese di agosto, il festival firmato da Giampiero Rubei - che anche quest’anno è riuscito a coronare la stagione con un grande, inaspettato successo di pubblico nonostante la concorrenza sempre più spietata - fa rotta verso il Baltico. Da domani sera, infatti, prende il via la settimana danese che vedrà protagonista Marylin Mazur (appunto domani), musicista di Jan Garbarek, e le voci intense di Dalia Faitelson (lunedì) e Susi Hyldgaard (mercoledì).
Il battesimo con il jazz della terra di Amleto è affidato alla percussionista Marylin Mazur che presenterà il suo primo album, «Daylight Stories», fatto di musica rigorosa che si rifà a musicisti come Niels Setter Molvaer, Dom Um Romao e Jan Garbarek ma con un’inclinazione più passionale. A Villa Celimontana Marylin Mazur suonerà un repertorio originale, affine nelle sonorità ai Weather Report, alla Joni Mitchell di «Hejira», al Frank Zappa della prima metà dei Settanta e tutto il jazz rock più mentale di quel decennio. Suoni che riportano alla memoria un mondo fatto di colori e orizzonti differenti dai nostri, suoni che ci permettono di vedere ad occhi chiusi il sole radente del Mar Baltico. Come è solita fare nei suoi spettacoli, la percussionista riuscirà, con piglio nordico e severo, a ricreare ogni tipo di suono possibile e citerà la musica dei suoi idoli.
Lunedì sera, cambio di scena e di artista con Dalia Faitelson. Nata nel deserto del Negev da madre bulgara e padre israeliano, dopo aver studiato musica in Israele e Inghilterra, nel ’91 decide di trasferirsi a Copenhagen dove lavora come compositrice, chitarrista e cantante. Il suo obiettivo artistico è creare un suono globale che nasca da una fusione naturale del lavoro di musicisti formati in culture e contesti diversi. Una commistione di influenze che si muove in territorio misto tra jazz, Bertolt Brecht & Kurt Weill, Middle Eastern melodies e ritmi ricchi di passione e temperamento.
Mercoledì è invece la volta della cantante, tastierista e fisarmonicista Susi Hyldgaard. Un’artista nota soprattutto per il cd «Homesweethome» che ha vinto importanti premi in Germania ed è stato osannato dalla critica e da riviste autorevoli, come Rolling Stone, oltre ad eletto al terzo posto nella classifica 2002 stilata dalla French Academy con la menzione della «Migliore Voce del Jazz dell’anno». La Hyldgaard ha anche un legame speciale con l’Italia, avendo accompagnato il settetto di Aldo Romano per tutto il nord Europa. A Roma presenterà il suo nuovo cd, «Blush», un lavoro segnato da una vocalità soffice e da sonorità potenti. Un ossimoro, forse, ma dal grande impatto emotivo.