JAZZ

Non bisogna mai dimenticare Chet Baker, trombettista «della delicatezza e della fragilità, del soffio e dell’incrinatura». Con la sua sonorità scura, simile a quella di Miles Davis eppure originale e riconoscibile, seppe mettere d’accordo negli anni Cinquanta i tradizionalisti che adoravano Bix Beiderbecke e i modernisti che cercavano un emulo di Dizzy Gillespie, ma più moderato e meno squillante. Chet, come tutti lo chiamavano, avrebbe oggi 76 anni e potrebbe essere ancora in attività, se non si fosse distrutto con una vita impossibile e non avesse incontrato, 17 anni fa di questi giorni, il 13 maggio 1988 ad Amsterdam, una morte violenta che si continua a definire misteriosa. Qui c’è un’ottima occasione per riascoltarlo, con una big band piuttosto rara al suo fianco, lui che amava i piccoli complessi. Correva l’anno 1956, e il jazz si faceva soprattutto a Los Angeles e sulla costa californiana. Jazz pregevole, sebbene allora (era un periodo di vacche grasse) lo si ritenesse un po’ uniforme. Chet suona divinamente, e smentisce chi sostiene che il suo celebre suono abbia conseguito la forma migliore e la maturità nel 1974, dopo il ritorno alle scene con i denti completamente ricostruiti.

Chet Baker Big Band (Pacific Jazz)

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