JEAN COCTEAU Gli anni folli del principe triste

In «La difficoltà di essere» raccolti i frammenti autobiografici del «ragazzo terribile». Dall’arguzia esercitata contro se stesso all’ossessione della morte

«Sento una difficoltà di essere» pare abbia risposto in punto di morte il filosofo Fontenelle, ormai centenario, al medico che gli chiedeva come si sentisse. «Solamente che la sua è dell’ultim’ora. La mia data da sempre. Dev’essere un sogno vivere bene nella propria pelle. Io ho, dalla nascita, un carico stipato male» aggiunge Jean Cocteau in questo libro, il cui titolo ne funziona da miglior commento (La difficoltà di essere, Mondadori, pagg. 202, euro 7,80, traduzione di Elena Baggi Regard). Autobiografia per frammenti (ovvero per tematiche, che occupano ciascuna un capitoletto), diviene a tratti diario, resoconto impietoso della propria condizione - fisica e dell’animo, dei propri umori, dello stato e delle modalità della propria scrittura, ma anche della condizione dello scrittore in genere - non facile, e che mai lo è stata per uno come lui, enfant terrible (per parafrasare il titolo di uno dei suoi romanzi più famosi) per molti versi, e certo personaggio scomodo, dibattuto, avversato.
Tanto che, insieme ad alcune altre questioni, si affaccia sovente quella legata alla lettura che gli altri danno di lui, la riflessione sul destino di chi pare debba esser sempre frainteso e che, di conseguenza, è alla disperata ricerca di un semblable, se non di un frère. La sua straordinaria versatilità («Perché scrive delle commedie? mi domanda il romanziere. Perché scrive dei romanzi? mi domanda il drammaturgo. Perché fa dei film? mi domanda il poeta. Perché disegna? mi domanda il critico. Perché scrive? mi domanda il disegnatore. Sì, perché? Me lo chiedo. Senza dubbio perché la mia semente voli un po’ dovunque»), la sua curiosità di tutto, gli torna spesso a svantaggio, suscita diffidenza od odio. Alcune pièce restano nella storia del teatro quali scandali famosi, le sue pochades, o il balletto «realista» Parade, con musiche di Satie e costumi di Picasso.
«Principe equivoco di quella gioventù» come lo definisce il critico Séailles, Cocteau lo trovò, quel fratello, ne trovò diversi, a vero dire, negli «anni folli» che seguirono il mattatoio del ’15-18; si incontravano al «Beuf sur le toit», pervasi da una sublime ebbrezza intellettuale e artistica, e si chiamavano Fargue, Sachs, Morand, Radiguet, Max Jacob. A loro, e all’amicizia, sono dedicate nel libro pagine bellissime («Io amo gli altri e non esisto che per loro. \ Senza di loro la mia fiamma si abbassa. Senza di loro sono un fantasma»); e compaiono, tutti costoro, di tanto in tanto, con la loro aria spavalda, i detti per l’amico indimenticabili, gli abiti e l’andatura, i loro visi da morti. Come quello di Apollinaire, nella sua cameretta avvolta d’ombra: «Il suo viso morto rischiarava il lenzuolo intorno a lui»; Apollinaire morto per «stanchezza», deluso dalla sua generazione: e nel mondo di Cocteau una delusione dello spirito può davvero condurre alla fine.
Nel brano «Della morte», questa «coinquilina» che ci accompagna sin dall’inizio («Lei è la nostra giovinezza. Lei è la nostra crescita. Lei è i nostri amori»), egualmente si descrive dinanzi agli amici morti, che talvolta disegna; e li sente vicini e lontani al tempo stesso, sa che basterebbe un nulla per sfiorarli, ma un nulla appunto a ciò si frappone; e usa per spiegarlo l’immagine della moneta: «Io me li sentivo vicini come le due facce d’una moneta che non possono conoscersi, ma non sono separate l’una dall’altra se non dallo spessore del metallo». Una morte gli ha cambiato la vita: quella dell’amatissimo Radiguet, ventenne: Cocteau accusò il colpo, si diede agli oppiacei, passando poi di clinica in clinica. Attraversiamo qui pagine intense sulla malattia, sul dolore che invade a poco a poco il corpo come un esercito, vi prende piede, vi si accampa, vi pianta il suo vessillo.
Arguto, lucido, ironico, impietoso con se stesso (rispetto al suo aspetto fisico, al suo approccio al mondo, o alla letteratura), dichiara di voler scrivere un libro in cui «dir tutto»; un libro che sia anche una testimonianza «al processo socratico che la società ci intenta». I brani dedicati alla propria scrittura, di cui (posto il «mal di scrivere» da cui non si salva) mette in luce pienamente i difetti, sono di particolare interesse: quel suo senso sovrano di «sprezzatura», e l’aborrimento, nella creazione, della «coscienza», laddove tutto deve avvenire come per caso, concetto su cui insiste: «Dimenticare che si è poeti e lasciare che il fenomeno si compia a nostra insaputa». Secondo l’idea platonica del «lasciarsi visitare» da quanto già esiste, la nostra opera è già fatta da qualche parte e non abbiamo che da scoprirla.
A definire un’epoca dell’anima concorrono naturalmente molti altri: e il libro è anche una galleria dei contemporanei da lui frequentati, racchiusi e presentati in poche pregnanti parole: lo «scimmiotto» Nijinskij che diviene un Puck sul palcoscenico, Proust nella sua stanza di sughero, Picasso «formato da un uomo e da una donna» in perenne conflitto; Radiguet e i suoi giovani anni generosi, furiosi, liberi: «È per questo, dato che attingevo da lui la mia poca chiaroveggenza, che la sua morte mi ha lasciato senza direttive, incapace di guidare la mia barca, di aiutare la mia opera e di averne cura».