Jelinek, contro il potere omicida dello sport

Pubblicate in Italia per la prima volta le opere teatrali del premio Nobel austriaco

Gertrud Stein, nella sua più ambiziosa opera drammatica Doctor Faust lights the light, recentemente riproposta da Bob Wilson in uno splendido allestimento dello Schiller Theater, affermava che «il teatro è il campo di battaglia in cui si affrontano, armate di prefissi-elmi e di suffissi-scudi, le terribili bombe delle parole». Una definizione che probabilmente il Premio Nobel 2004 Elfriede Jelinek, nota ai lettori italiani per due libri sconvolgenti come La Voglia (analisi di un sesso virtuale nei tristi tempi dell’Aids) e della Pianista (beffarda cronaca del sadomasochismo che affligge la protagonista), non conosce. Ma a cui si attaglia particolarmente quando, dal deserto terrificante che regna nelle sue pagine dove domina incontrastata la patologia della morte, si trascorre al suo eccentrico fare teatro. Una maniera o una vocazione la sua, talmente asettica e personale, da aver scoraggiato finora qualsiasi regista di matrice non germanica ad osarne la messinscena. Come mai?
Risponde ad hoc la scelta accurata delle sue ultime produzioni appena uscite in Italia Sport. Una pièce-Fa niente. Una piccola trilogia della morte (Ubulibri, pagg. 178, euro 22) dove, come si evince dall’appassionata introduzione di Luigi Reitani, viene finalmente chiarita non solo e non tanto la genesi di questi particolarissimi psicodrammi dell’angoscia contemporanea ma soprattutto la loro anomala struttura. Che, secondo noi, la Jelinek mutua in parte dalla lezione surrealista degli epigoni di Breton (l’accumulo di materiali eterogenei con la creazione di neologismi, lunghe citazioni da opere classiche, echi grotteschi di parole immaginarie che rimandano a concetti verbali reali come, ad esempio, quel Fechisten che rimanda, nelle lingue occidentali, sia a «fascisti» che a «feticci») e in gran parte a uno straordinario omaggio sui generis alla lezione delirante del Barocco, specie pittorico.
Non si spiegherebbe altrimenti, infatti, l’articolazione scenica e verbale della sua pièce più ambiziosa, Sport, magistralmente messa in scena dal compianto Einar Schleef. Dove la svariata tipologia delle Figure che, sulla scena, prendono il posto dei Personaggi, rimanda alla mitologia dell’età classica nei nomi catartici di Achille, Ettore ed Elettra ma anche a impressionanti repechages della cronaca nera con quella moderna Cassandra che si rivela essere Elfriede Blauensteiner, una vecchia signora «specializzata», come sostenne la pubblica accusa nel processo che le fu intentato, «nella cruenta eliminazione dei suoi mariti». Nonché, tanto per complicare il gioco raffinato e perverso delle ascendenze al mito coi rimandi speculari al consumismo dei falsi miti contemporanei, al campione di Formula 1 Gerhard Berger, al leader politico Jorg Haider e all’aitante Arnold Schwarzenegger. Simboli a suo dire del potere devastante dello Sport, il Moloch omicida della nostra epoca che l’autrice - c’è da dubitarne? - definisce «neoelisabettiana».