Jeremy Irons, vecchio generale tormentato da dubbi e ricordi

L’attore passa al teatro in una grande interpretazione de «Le braci» di Marai

Aridea Fezzi Price

da Londra

Era l’unico testo nuovo interessante tanto da indurlo a ritornare al teatro, aveva dichiarato Jeremy Irons, che per qualche mese ha lasciato il cinema per interpretare il vecchio generale asburgico de Le braci di Sandor Marai nell’adattamento di Christopher Hampton, in scena al Duke of York Theatre fino a giugno. Una riduzione di grande sensibilità, (Embers in inglese), commuove e rinforza la già forte impressione che lascia questo capolavoro che portò alla ribalta il grande scrittore ungherese, emblema mitteleuropeo di un mondo perduto. Lo spettacolo dimostra l’abilità di Christopher Hampton, superpremiato per la sua versione de Les Liaisons Dangereuses, che ha scelto il romanzo di Marai seguendo l’istinto, per scriverne una sceneggiatura per il grande schermo, ma i diritti cinematografici erano già stati acquistati da Milos Forman e solo grazie ai produttori ebbe l’incarico di adattarlo per il teatro.
Una scommessa vinta alla grande, anche se Irons in Henrik appare freddo, troppo compiaciuto di sé, quasi incapace di esternare le emozioni che provoca la sua ostinazione a scavare nel passato. Fedele al libro è anche la scenografia, la tela si alza sulla stanza dove da anni vive quasi recluso Henrik, una stanza ricavata da due stanze, «con un soffitto a volte sostenuto da una colonna», due cornici alle pareti, una con il ritratto della madre, l’altra vuota, il ritratto della moglie Krisztina rimosso decenni fa. In questa stanza Jeremy Irons, barba e capelli grigi, slanciato ed elegante nella tenuta da sera, un’ombra di imperscrutabile ostinazione sul volto, passeggia su e giù, punta persino una pistola affacciandosi alla finestra aperta, «dunque è tornato, quarantun anni e quarantaré giorni», dice. Quando Konrad fa il suo ingresso, assistiamo all’incontro intenso di due vecchi amici d’infanzia, compagni di collegio e di esercito negli ultimi gloriosi anni dell’impero austro-ungarico. Siamo nel 1940, Heinrik non si è mai mosso, Konrad ha passato anni ai tropici, scomparso senza una parola dopo un battuta di caccia quando forse cercò di uccidere l’amico.
La voce piena e melanconica di Irons, a volte solo un sussurro, comincia a porre all’amico le domande tanto a lungo rimuginate. Che cosa veramente accadde durante quell’ultima battuta di caccia? Konrad lo ha forse sempre odiato? Ha davvero tradito la loro amicizia? E Krisztina?
Konrad, interpretato magistralmente da Patrick Malahide, non risponde, beve e fuma chiuso in un silenzio eloquente che sembra denso di spettri, segreti e ricordi, espressivo come il suo volto su cui si legge il dolore di una colpa non ammessa e impossibile a esprimersi. Henrik lo incalza, la regia di Michael Blakemore fa salire la tensione, esalta come già Marai l’insondabilità del comportamento umano. Non importa più sapere che cosa realmente accadde, o che cosa scrisse Krisztina nel diario che ora brucia intatto nel caminetto, in qualche modo oscuro l’amicizia fra i due nemici rimane intatta, il ritratto della donna che hanno entrambi amato può ritornare nella cornice.