Jerry Lee Lewis: "Io, il ribelle del rock, ora vivo in un ranch con mia figlia e 9 cani"

Il mitico pianista si esibirà venerdì a Senigallia. "Non mi pento della mia vita di eccessi e ho ancora tanta energia da buttare nella musica"

Milano - Lui sa che un giorno il rock and roll lo spedirà all’inferno; ha sacrificato la vita al rock and roll ed è il minimo che gli possa capitare. Jerry Lee Lewis era un ragazzo dallo sguardo impudente quando salì sul «grande treno» della nuova musica per diventarne uno dei più sfrontati pionieri. Al ritmo sfrenato di successi come Whole Lotta Shakin’ Goin On e Great Balls of Fire univa la carica ribelle con cui incendiava il pianoforte o lo suonava con i piedi. È stato un vero ribelle ed ha sputato sui soldi e sul successo nel ’58, quando sfidando la morale comune prese in moglie la seconda cugina tredicenne.

Un mito nel rock, un disastro nella vita; musicalmente l’instancabile «The killer» come tutti lo chiamano... Privatamente perseguitato dagli eccessi e dalla sfortuna: perde due figli, si fa travolgere da droga e alcool, uccide accidentalmente con un colpo di pistola il bassista Butch Owens, entra ed esce dall’ospedale tra malattie e incidenti stradali (famoso quello del 1976 con la sua Rolls). Eppure Jerry Lee è una pellaccia dura perché, come dice lui, «il diavolo non abbandona mai i suoi fedeli». Quindi con sorprendente vitalità (ed un pizzico di malizia) l’anno scorso ha pubblicato l’album Last Man Standing (ben piazzato nelle classifiche di mezzo mondo) da vero re, con alla sua corte Springsteen, B.B. King, Eric Clapton, John Fogerty.... e non ha abbandonato gli spettacoli dal vivo. A 72 anni non molla e, da «vagabondo ubriaco che crede ancora di essere il migliore», venerdì arriva a Senigallia, al Summer Jamboree festival, per il suo unico show italiano .
Lei ne ha fatte e passate di tutti i colori, dove trova la forza e gli stimoli per tornare continuamente sul palco?
«Posso dire di essere stato all’inferno e ritorno, ma non credo di avere un segreto per la mia energia. Solo l’entusiasmo. L’unica differenza? Da ragazzo in concerto partivo a razzo, ora mi concentro mentalmente e il mio obiettivo è quello di divertirmi e far felice il pubblico».
È considerato il ribelle per antonomasia del rock; non pensa di aver pagato un prezzo troppo alto per questo?
«No, io sono così, nulla di ciò che ho fatto era finto o artificiale. Quindi ho passato momenti durissimi, ma non cambierei una virgola del mio passato».
Nel suo ultimo cd c’è il gotha della musica: una grande soddisfazione...
«Mi hanno fatto sentire un vecchio maestro, ma è stato splendido. Springsteen, Clapton, sono miei amici da anni e sono i miei artisti preferiti perché sono unici. Senza parlare del maestro del blues B.B. King».
C’è qualcuno tra i giovani che le piace?
«È difficile dirlo perché i tempi sono talmente cambiati da quando ho iniziato io. Il mondo e la musica sono diversi. Kid Rock credo che sia uno dei più selvaggi, ma amo molto anche le ballate di Norah Jones, una ragazza piena di talento».
Quindi il rock and roll è molto cambiato?
«Certo non è più quello delle origini; oggi c’è poco r’n’r in senso stretto, ma il suo spirito è in ogni canzone in un modo o nell’altro».
E i suoi concerti sono cambiati?
«Non credo, metto nello show tutta l’energia che ho e anche di più».
Però non dà più fuoco al pianoforte.
«Ho distrutto un sacco di pianoforti perché lo meritavano; avevano un suono orribile ed è difficile fare un concerto su un pessimo pianoforte».
Dunque, non ha alcuna intenzione di ritirarsi...
«No, perché mai? Sto preparando un nuovo album, anzi un cd come si chiama ora e nuovi concerti in luoghi prestigiosi».
Si sente un sopravvissuto?
«Molti lo pensano e forse hanno ragione, perché quasi tutti gli amici che sono partiti con me negli anni ’50 se ne sono andati».
Ricordiamo ai più giovani che lei è nato nella mitica Sun records di Sam Phillips con Elvis, Johnny Cash, Roy Orbison...
«Erano personaggi unici e inimitabili: hanno scritto il vocabolario del country e del rock. La settimana scorsa ho pensato molto a Elvis nell’anniversario della sua morte, era il più grande ma si è fatto travolgere dall’industria musicale. Vorrei che tutti loro fossero ancora qui: ciò che posso fare è continuare a suonare e tener vivo il loro ricordo».
Fuori dal palco come vive?
«Appagato nel mio ranch con mia figlia Phoebe e 9 cani e gente che va e che viene. Sono molto tranquillo, anche se tengo spesso lo stereo a volume altissimo».