Jet contro il tempo, umano contro gli uomini

Fenomeno, non si discute. Forse meno di quanto potrebbe. Asafa Powell ha confermato la leggenda del perdente di successo. Quando si parla di medaglie d’oro, le sue gambe vanno in croce o la stella non lo assiste: gli è capitato almeno tre volte nella carriera. Ma quando c’è da correre dietro a un record, e senza nessuno che gli metta addosso pressione, è il più straordinario jet umano che l’atletica conosca.
Powell è passato dal vincere 22 gare di fila al perdere le finali che valgono una vita: venne squalificato per falsa partenza nel 2003 a Parigi, è finito terzo e desolato a Osaka, il mese scorso. Quinto ai giochi olimpici. C’è da dubitare della testa. Non del motore. Quando mette il turbo lascia tutti nella scia del suo vento, ma per entrare nel gotha, per sedersi accanto a Carl Lewis o Maurice Greene od anche Jim Hines, il primo a scendere sotto i 10 secondi, servirà vincere anche le battaglie contro gli uomini, non solo contro il cronometro.
Di recente Powell ha chiesto una cifra enorme, 100mila dollari, agli organizzatori di Zurigo, non tanto per bizza da primadonna, ma probabilmente per sofferenza interiore, per quell’insicurezza che lo ha spinto al bluff nel giorno in cui avrebbe dovuto sconfiggere Tyson Gay.
Oggi Gay è un campione onorato e ammirato, Asafa solo l’uomo dei record. Che non è poco. Perché nessuno sa correre così tanto e così velocemente sotto i dieci secondi, nessuno si è avvicinato ai suoi tempi. Justin Gatlin era sceso a 9”76 ma il giorno dopo i cronometristi hanno corretto pareggiandolo al 9”77 di Powell. Insomma, da questo punto di vista, il giamaicano è proprio imbattibile. Per correre così spesso su quei tempi serve una macchina splendida e vera. E lui ce l’ha, perché finora non c’è stata ombra di doping sui suoi primati. Powell corre così forte perché è formidabile. Ma ora dovrà trovare un doping per la sua testa: che lo spinga a battere pure gli uomini.