«JIMMY FACTORY» PALESTRA DI SITCOM

Quando si apre «un nuovo spazio per la libertà creativa», in un paese come il nostro in cui gli spazi sono tradizionalmente bloccati e poco espugnabili da forze fresche e non attigue a parrocchie e parrocchiette, bisognerebbe essere contenti. Quindi il primo impulso nell'assistere a Jimmy Factory (giovedì sul canale satellitare Jimmy, ore 21) è positivo, e ci si vorrebbe complimentare senza remore con chi ha messo a disposizione l'opportunità, per autori giovani o poco conosciuti, di sperimentare nuovi format nel campo delle sitcom da mandare in onda ogni settimana. Poi però, ogni qual volta in Italia si aprono spazi di questo tipo, si comincia a sudare freddo e l'iniziale entusiasmo lascia il campo alla delusione. Perché i nuovi spazi vengono usati generalmente male, con un senso di rivalsa verso l'establishment consolidato che porta a strafare, a volersi distinguere più o meno provocatoriamente. E c'è la tentazione di voler fare dell'avanguardia senza avere studiato la tradizione, imparando per bene i segreti del mestiere prima di buttar via i modelli che vanno per la maggiore. È quello che succede alle quattro sitcom sperimentali che, al ritmo di un episodio di dieci minuti per volta, il pubblico può vedere (e votare) ogni settimana. In particolare la prima (X Rated, ambientata in una casa di produzione di film porno) si bea di presentarsi come «molto sconveniente, non convenzionale, parecchio imbarazzante, politicamente scorretta, praticamente improponibile». Davvero troppe pretese e troppi aggettivi per una sitcom che, una volta esaurita la fiammata provocatoria, si limita a un copione pieno di doppi sensi molto prevedibili. Né vanno meglio le cose in Hot, ambientata in un bagno turco in cui tre donne parlano dei loro problemi d'amore, e scelgono di farlo non con il crudo realismo psicologico baciato dallo humor di Sex and the City, ma con toni grevi e stancanti. Peccato perché l'idea del laboratorio è buona, la sollecitazione a sondare lo stato della creatività di chi è fuori dal «sistema» sempre gradita, l'interattività con il pubblico benvenuta (anche se gli aficionados lamentano nel sito internet un sistema di votazione poco trasparente né più né meno di quanto succede nei sondaggi tradizionali). La buona volontà di sceneggiatori e attori (mediamente migliori dei copioni che interpretano) va naturalmente incoraggiata. Ma non guasterebbe un po' più di umiltà nell'imparare la fluidità e la precisione dei tempi comici delle sitcom più riuscite. E piacerebbe vedere prodotti in grado di trovare presto un mercato televisivo, e non solo uno spazio di espressione fine a se stesso.