JJ Cale, l’idolo di Clapton che sfugge il successo

Esce <em>Roll On</em>, cd del chitarrista che scrisse successi come <em>Cocaine</em> e che due anni fa vinse un Grammy

Più che un volto una chitarra e che chitarra. Dal suono intimo ed estroso, dal sottile virtuosismo che personalizza blues, country, rock. Pochi conoscono il volto di JJ Cale («non m’interessa farmi vedere, non voglio mie foto sulle copertine degli album») tutti amano la sua Cocaine, regalata ad Eric Clapton, i fan di vera american music adorano i suoi dischi, come Road to Escondido (insieme a Clapton) che nel 2006 gli ha fruttato un Grammy, o Roll On in uscita in questi giorni. Un artista modesto, chiuso, che ha fatto dei suoi difetti la chiave del successo. «Prendo il rock sul serio, per questo non amo i riflettori. Quando nel 1972 incisi Naturally, il mio primo album, avevo 32 anni e mi sentivo già vecchio. Se penso che sto ancora suonando a 70 mi dico: “Sarebbe meglio che la piantassi e mi sdraiassi su un’amaca a riposare”». Grande chitarrista - Clapton lo considera il suo maestro ed è in prima fila in duetto anche in Roll On -, compositore, produttore, ingegnere del suono, dal suo ranch in Oklahoma inventa le sue piccole perle che sparge per il mondo. «Quando Clapton ha inciso Cocaine e After Midnight non avevo una lira, poi hanno cominciato a girare i soldi. Mi sento un hippy, ma quando mi arriva un bell’assegno sono contento. Sono un chitarrista che si è reso conto che non sarebbe mai riuscito a pagarsi una cena solo suonando la chitarra, così iniziai a comporre, che è un business più prolifico». E ha composto con classe visto che le sue canzoni le hanno incise, tra gli altri, Johnny Cash, Santana, Deep Purple, Allman Brothers, e li hanno suonati pure Mark Knopfler e Neil Young.
Ma anche i suoi dischi sono capolavori di culto, cascate di ballate di virile e morbida grazia cui non fa eccezione Roll On. Brani dal sapore vintage ma estremamente attuali, un tocco di chitarra unico e una voce scura densa di quieta malinconia. «All’inizio, quando non c’era tutta questa tecnologia, ero ingegnere del suono, e ho subito cercato un mio sound unico. Canto con voce bassa perché non mi considero un cantante; il mio canto mi dà sui nervi così abbasso il volume della voce. Negli ultimi anni l’ho alzato un po’ ma mai fino a non sentirmi a mio agio». Nel nuovo cd, accanto alle classiche ballate bluesate e attraversate da calde tessiture rockabilly e country, Cale fa vivere alla sua maniera il country con Strange Days, ammicca agli esuberanti profumi del funky in Fonda Lina, si avvicina al jazz con il canto scat di Who Knew in un album intimo e prezioso che tiene viva la fiamma della tradizione popolare americana.