Joan Baez agli Arcimboldi pronta per nuove battaglie

Antonio Lodetti

I figli della Guerra Fredda hanno consumato le puntine dei loro giradischi ascoltando le sue canzoni e identificandosi nelle sue battaglie; i figli di Internet la riconoscono ancora come la regina del folk e ne apprezzano la coerenza, la chiarezza del canto, il legame con le radici della tradizione americana.
Joan Baez non ha mai amato fare la diva, piuttosto continua a cavalcare la canzone di protesta, vivendo i suoi spettacoli come la celebrazione di un impegno sociale cavalcato con candore ed entusiasmo mai sopiti. Preceduta dall’album dal vivo Bowery Songs arriva stasera agli Arcimboldi nel pieno del suo tour italiano.
«I concerti sono la mia vita - racconta -, oggi il clima è quello degli anni Sessanta. Vent’anni fa per me era faticoso cantare in pubblico perché c’era molto disimpegno. Ora la gente è piena di guai e problemi e io con le mie canzoni ho tante cose da dire, mille nuove battaglie da affrontare».
Sempre sulle barricate con la serenità dei forti, Joan Baez ricorda anche la sua fanciullezza in Irak. «Ogni guerra è un dramma; quella del Vietnam l’ho vissuta sulla mia pelle, ma anche quella in Irak mi tocca da vicino. Da piccola ero là, quando mio padre insegnava all’università di Bagdad. Ero privilegiata ma ho conosciuto il vero dolore e la povertà».
Non è più la cantautrice che col primo album - registrato artigianalmente nella sala da ballo dell’Hotel Manhattan Towers di New York - rimase nelle classifiche 140 settimane; non conquista più la copertina di Time ma non ha perso il fascino popolano, un po’ zingaresco un po’ folkie, la purezza, la forza della voce che si allunga dalle note più basse ai registri da soprano.
I suoi maestri sono Woody Guthrie e Pete Seeger; i suoi allievi il ribelle Steve Earle e la nuova star Josh Ritter. Ha cantato i classici di protesta del «Movimento per i diritti civili» (da We Shall Overcome - elaborazione di due traditional riscritta da Pete Seeger a Where Have All the Flowers Gone) e, prima tra le prime, nel 1961 ha anticipato l’onda etnica interpretando brani di origine africana o sudamericana come Kumbaya e Ate Amanha. Nel nuovo cd, dall’andamento leggermente più country del solito, rilegge Guthrie (Deportee) ma anche brani di grandi vecchi del Greenwich Village come Dave Van Ronk, naturalmente fa un’incursione nel repertorio di Dylan (It’s All over Now baby Blue, Farewell Angelina, Seven Curses) e canta ballate finora mai incise su disco come Finlandia e Jerusalem. Nel cd è accompagnata da un quartetto, «ma a Milano saremo un trio perché c’è bisogno di musica intimista», sottolinea.
Per lei (e con lei) il tempo non passa, anche se ad ascoltarla ci si fa cogliere da un pizzico di nostalgia. Il suo segreto? «Quando arrivai al Village avevo 18 anni e non volevo fare la cantante, volevo parlare delle mie idee. Poi ho scoperto che la musica era il modo migliore per diffonderle e lo faccio ancora oggi».
Della burrascosa relazione con Dylan ormai parla poco: «Le nostre strade sono molto diverse, preferisco non avere a che fare con lui, ma le sue canzoni vogliono dire molto per me e continuo a cantarle». Un mito? «Se lo dite voi, dico di sì per non deludervi».