Jodie Foster: "Finalmente ho fatto un film da vedere con i miei figli"

L’attrice ha incontrato gli studenti per il lancio di <em>Alla ricerca dell’isola di Nim</em>: &quot;La mia fobia? Lo shopping&quot;

Roma - ’E figlie so’ figlie, diceva napoletanamente Eduardo De Filippo. E a modo suo, con la semplicità degli artisti di talento, l’americana Jodie Foster ieri ha confessato d’essersi confezionata un film su misura, pensando ai suoi due figli piccoli, oltre che alle famiglie, target trascurato dai produttori. «Erano quindici anni che desideravo stare più vicina ai miei bambini, anche attraverso il cinema. Alla ricerca dell’Isola di Nim, infatti, è il primo film che ho potuto andare a vedere, in sala con loro. È vero, negli anni Settanta ho interpretato un bel po’ di pellicole Disney e i miei figli ancora non c’erano. Ma avevo in mente qualcosa di naturale, con dentro gli animali, l’avventura», spiega sorridendo l’ex-bambina Coppertone (a tre anni, Jodie appariva già sui cartelloni pubblicitari, per reclamizzare una crema solare: era lei la piccola sotto il sole cocente).

Dopo una quarantina di film, qualche Oscar (ricordiamo quello per Il silenzio degli innocenti, nel 1991, con Anthony Hopkins), vari Golden Globe e soddisfazioni professionali, sia come regista sia come attrice, questa brillante laureata di Yale ora si rivolge alla platea junior. Da oggi, infatti, è possibile vederla alle prese con lucciole e pellicani, leoni marini e draghi barbuti nel fantasy di Mark Levin e Jennifer Flackett, i coniugi registi che si sono ispirati alla favola di Wendy Orr, L’isola di Nim (Nord-Sud Edizioni) per cucirle addosso l’insolita parte comica d’una scrittrice nevrotica, spaventata dall’esterno. «Qual è il messaggio che trasmette la mia Alexandra ai giovani? Occorre cercare l’eroe dentro di sé, elaborando in positivo la paura di sentirsi soli, o l’istinto di sopravvivenza», dice Jodie, ieri all’Auditorium in veste di cineprofessoressa davanti a una selezionata platea di studenti capitolini.

Ringiovanita, dopo essersi scatenata tra le iguane, sulle spiagge sabbiose della Gold Coast e tra gli alberi d’una foresta pluviale australiana, insieme ad Abigail Breslin (Nim, la bimba che vive felice su un’isola deserta, con suo padre) la celebrità, che domenica sarà ospite di Fabio Fazio, ha risposto con affetto alle domande degli adolescenti. «Fare un film è come scalare una montagna», spiega Jodie, che non a caso porterà sul grande schermo la vera storia di Leni Riefenstahl, la regista e attrice (erroneamente nota soltanto come ninfa Egeria di Hitler, di fatto cineasta ancor oggi moderna), amante delle scalate in alta quota. «E dopo ogni film, se ho esperito cose interessanti, con un gruppo di persone, ne vengo fuori con i sensi più all’erta, come rivoluzionata dall’interno. Sì, girare un film può cambiarti la vita. A volte più, a volte meno», chiarisce Jodie, luminosa con la camicetta bianca sui pantaloni neri fascianti. «Avevo sei anni quando cominciai ad andare in tivù, né potevo credere che un attore potesse fare, contemporaneamente, il regista. Tempo dopo, mi sarei cimentata nel doppio ruolo, interpretando e dirigendo Il mio piccolo genio. Di solito scelgo cosa fare quando, dopo aver letto la sceneggiatura, mi dico: ma questa cosa mi tocca? E perché?», risponde a Silvia, dell’Istituto «Einstein».

Le domande planano puntuali, nel compunto silenzio del pomeriggio con diva, scandite a dispetto del ferretto. «È piacevole rispondere alle domande dei ragazzi: le trovo interessanti. Sono abituata al ruolo d’insegnante, avendo tenuto corsi di cinema all’Università di New York e presso l’Ucla», fa notare la Foster, finora abbinata a ruoli di donna alle prese col panico (Panic Room), con i terroristi (nel thriller Flightplan) o con la feccia di New York (Il buio nell’anima). Infatti Roberta, dell’Istituto «Roberto Rossellini», sulle fobie personali va a stuzzicarla, visto che in questo fantasy la sua Alexandra soffre di agorafobia. «Ho una serie di piccole paure, sebbene mi piaccia fare cose, potenzialmente rischiose, come sciare o arrampicarmi sulle montagne. Ma una paura non riesco a vincere: quella dello shopping. Come entro in un negozio, dopo cinque minuti devo uscire: è più forte di me, devo andar via!». Sorprendente, Jodie, anche in tale sua repulsione all’acquisto, così diversa dalla massa. Così diva, mentre ama i bambini e detesta le merci.