Jodie Foster: "Sparo ai delinquenti nell’inferno della metropoli"

L'attrice protagonista del nuovo discusso film di Neil Jordan "Il buio nell'anima". La star è una giornalista che si vendica dell'omicidio del fidanzato

Roma - Sulla sicurezza i governi mondiali si giocano la partita decisiva, tra terrorismo e metropoli fuori controllo, perciò esce tempestivamente Il buio nell’anima (dal 28 nelle sale), thriller di Neil Jordan, il regista e sceneggiatore dublinese, nel 1993 premio Oscar (miglior sceneggiatura) con La moglie del soldato. Al centro d’una narrazione tesa come una corda di violino troviamo Jodie Foster, star abbonata ai ruoli di dominatrice d’una scena, che allarmerebbe chiunque, ma non lei: dall’agente Fbi del Silenzio degli innocenti (un Oscar, un Golden Globe e critiche osannanti) ai recenti thriller Flightplane e Panic room, Jodie, quarantaquattro anni e quarantuno film (da attrice, regista e produttrice) ha imboccato la strada del giustizialismo dell’uno contro tutti.

Così impressiona quando, in una scena di questo revenge movie (il film-vendetta, genere preferito dal produttore di Matrix Joel Silver), la sua Erica Bain, giornalista radiofonica il cui fidanzato (l’angloindiano Naveen Andrews, visto in Planet Terror di Rodriguez) viene ammazzato di botte al Central Park, guardandosi allo specchio si apostrofa: «Ehi, tu!», non riconoscendo la killer che ha dentro. E che la fa vagare, dopo il trauma subito, per una New York notturna, estranea a lei, narratrice via etere dei luoghi cari ad Andy Warhol e a Diane Arbus, ora pistolera, pronta a freddare delinquenti neri in metropolitana, un pappone, un ladro, come capita.

Il primo pensiero va al tassista scoppiato, che fu De Niro in Taxi Driver di Martin Scorsese, dove una Jodie Foster tredicenne, piccoli hot-pants e grande cinismo, batteva i marciapiedi della Grande mela, scatenando la deriva di Travis-De Niro. Anche lì il protagonista, davanti allo specchio, dialogava con l’altro da sé, cioè la propria immagine di persona scissa. «Il mio è un film sofisticato, con un aspetto apparentemente primitivo, che provoca una reazione forte nel pubblico», spiega la Foster, impeccabile nel tailleur nero ravvivato da monili d’oro, che su lei, puntuta signora delle classi alte (laurea a Yale) e seguace di Saffo (i figli Charles e Kit nati da inseminazione artificiale) non sortiscono effetto esornativo. «Spero che la gente esca dal cinema, continuando a dibattere, come avvenne negli anni Settanta, con Taxi Driver e che entri nel mio personaggio, da solo, con repulsione. Niente messaggi, in questa storia triste, che parla della società americana. Mi ha attratto la profonda trasformazione di Erica, sempre più umana, bella e misteriosa, man mano che attraversa l’inferno, imparando a usare la sua rabbia. Il problema è: che cosa fare, di questa rabbia?».

Qui, però, una citazione da D. H. Lawrence («L’anima dell’America è dura, isolazionista, stoica e assassina») non lascia dubbi sul come le vittime dell’ingiustizia, negli Usa post 11 settembre, gestiscano l’ira. «Da bambina m’interrogavo sulle questioni etiche, poi il bianco e nero dei problemi fondamentali si sono fatti grigi e ora mi pongo domande più complesse, rispetto al Bene e al Male. Per questo, ideale la scelta di Jordan, perché si è sempre posto la questione della duplicità dell’etica. L’uomo m’interessa in termini di morale più che di religione», dice l’artista, che sta girando Nim’s Island, di cui è protagonista.

In questo film Warner Bros a far ragionare Erica subentra il tipico poliziotto fiducioso nel sistema (Terrence Howard), che alla di lei domanda: «C’è nulla che possa fare?», risponde: «Nulla di legale». Nero, divorziato, solo pure lui, alla fine il detective lascerà che Erica si faccia giustizia da sé, dandole la propria pistola... «Possiamo seguire la legge della natura, o la legge della Bibbia. È interessante vedere chi compie la vendetta», spiega Howard. «Ho girato una metafora del potere: tante le persone, che la fanno franca. Come Tony Blair. Potevo ambientare il mio dramma della vendetta ovunque, anche le città europee sono insicure. Ma New York è un set esistenziale perfetto e gli americani hanno bisogno della fascinazione della paura», conclude Neil Jordan.