Joe, l’«americano» che cantava col saltino

(...) si esibiva a bordo, con un repertorio che spaziava dal melodico nostrano alle «intrusioni» nello swing, quello che Satchmo definiva «il ritmo che ti fa battere il piede sul pavimento senza che tu te ne accorga». È lì, nei dieci anni passati avanti e indietro sull’Atlantico, che Joe impara ad ammaliare il pubblico e a scordare il passato sui moli della Lanterna, il gancio da portuale, le «bragate» da sistemare nella stiva, gli appelli in sala chiamata: «Primo turno, Sentieri. Vai sulla Nina Seconda, giorno-notte-giorno». «Vegnu!». Grandi ricordi, adesso che sono alle spalle. Joe canta e naviga, naviga e canta, infine sbarca, non ne può più di rollio e beccheggio, mette a frutto i guadagni, si compra un albergo in collina. Ma la voglia di risentire gli applausi è tanta. Si fa notare, lo notano. Il successo arriva in un lampo. Vince a Canzonissima nel 1959 cantando «Piove» di Modugno, e l’anno dopo porta a Sanremo «Quando vien la sera» e l’ancora più ammiccante, sensuale (per i tempi!) «È mezzanotte». I brani conquistano rispettivamente il terzo e quarto posto, ma Joe, ormai per sempre e per tutti solo «Joe», stravince nel dopo-festival, all’incasso e nella simpatia del pubblico. Anche per via di quell’invenzione assolutamente originale che si trasforma in icona indissolubile: il saltino, il famoso saltino. Anni d’oro, Joe guadagna e spende. Le mode passano. E lui tenta altre strade: la pittura, il cinema. Grandi ricordi anche questi: il grande schermo, Damiano Damiani lo chiama per un film, «La moglie più bella» accanto a Ornella Muti. Arriva anche la suprema consacrazione mediatica di «Carosello», i fotoromanzi, altri ruoli da caratterista, fino all’ultima interpretazione, nel 1977: «Io ho paura». Qualche acciacco, deve tirare i remi in barca. Ogni tanto lo chiamano per serate-nostalgia e inevitabilmente gli chiedono «quello». Spiega, con pazienza: «Ero tornato dall'America, dove cantavo il repertorio di Brel e Sinatra, e trovandomi a interpretare delle canzoncine così, saltavo dalla gioia d’aver finito». Non ci credono, ma fa lo stesso. Racconta sempre la stessa storia anche quando lo incontrano nel foyer del Teatro Carignano, mentre espone (e cerca di vendere) tappeti. Il sorriso, la cortesia restano, specialmente se lo riconoscono anche se ha la barba lunga, qualche chilo in più, e un abito che luccica non per i lustrini dei tempi d’oro, ma perché è un po’ consumato. Lo Stato gli assegna i benefici della legge Bacchelli, un vitalizio che gli consente di vivere senza chiedere. Sono gli altri, se mai, che continuano a chiedergli: una canzone, un ricordo, un’illusione, un saltino. Che, in fondo, per lui sono sempre stati una cosa sola.