"Joe l’idraulico" ha beffato il mondo

Non è un idraulico, non si chiama Joe e ha raccontato molte frottole. Imbarazzo tra i repubblicani, che lo avevano scelto come nuovo testimonial della campagna

Joe non si chiama Joe. Joe l’idraulico non fa l’idraulico. Joe l’idraulico di Toledo, non si chiama Joe, non fa l’idraulico, non è di Toledo. Spegnete i riflettori dal suo giardino, lo show è finito. Ora può diventare solo una puntata dei Simpson. Questo è Homer: l’americano medio che appare in tv e racconta la sua storia, i suoi problemi, le sue ansie, il suo portafoglio, le sue tasse. Vero di sicuro. Falso per forza. Joe ha preso in giro l’America, il mondo, poi se stesso: l’hanno intervistato tutti, lui ha parlato sotto un canestro, lui è diventato un simbolo: l’icona della classe media, la faccia della campagna elettorale, il baluardo no tax. Ventiquattro citazioni nel dibattito presidenziale tra Barack Obama e John McCain valgono le bugie. Quanto s’è divertito a sentire il candidato repubblicano parlare di lui? «Sono le persone come Joe che creano ricchezza e vanno lasciate libere di farlo, non colpite con le tasse». E quando Obama si è rivolto a lui? «Stai tranquillo, Joe».

Forse s’è tranquillizzato Obama: se ne farà una ragione di essere stato preso in giro, di essere rimasto intrappolato nelle domande di quello che lui credeva un idraulico. Soffre di più McCain: l’ha preso come testimonial improvvisato della sua campagna, la faccia di un americano vero che l’ha aiutato a mettere in difficoltà il suo avversario. Così ieri l’ha tirato fuori ancora: «Ho licenziato tutti i miei consiglieri e ho assunto Joe l’idraulico». La prima parte della battuta non era poi così ironica. Si sarà chiesto quello che si chiedono gli altri: gli staff elettorali controllano tutto, certificano ogni parola, ogni smorfia, spendono milioni in spot dove ciascun termine è studiato, ma non riescono a sapere che Joe l’idraulico, l’uomo che i suoi consulenti hanno detto di citare a raffica, in realtà è un po’ un cialtrone e adesso lo mette in imbarazzo, lo danneggia, lo fa apparire un credulone o un manovratore.

Perché Joe Wurzelbacher, in realtà è Samuel J. Wurzelbacher, dove J. sta per Joseph, cioè Joe, ma a quanto pare nessuno lo chiama così. Poi non è un idraulico: è in attesa di avere una licenza da plumber e senza quella in Ohio non si può lavorare. Non ha neanche completato l’apprendistato, né appartiene al sindacato degli idraulici. Poi guadagna 40mila dollari, cioè un quarto meno di quanto abbia detto per mettere in difficoltà Obama: Joe, cioè Sam, aveva chiesto al candidato democratico se era vero che lui, con un reddito potenziale di 250mila dollari, sarebbe stato penalizzato dal caro-tasse voluto da Barack sui redditi più alti. Una domanda scomoda, una risposta zoppicante, Obama il comunicatore improvvisamente senza parole, sconfitto da un essere umano normale. Grande Joe, mitico Joe, straordinario Joe. Tutta una vita davanti: l’americano e il suo sogno, la possibilità di parlare all’uomo che può comandare il pianeta e dirgli che a lui non piace. Era lui che parlava, ma in realtà non era lui. Buona o cattiva fede, non importa nemmeno: il problema è che ci sono cascati tutti, traditi dalla voglia di raccontare a se stessi e al mondo una storia vera in una campagna mediatica, internettiana, virtuale. Tutti immediatamente pronti a dire che nei tre miliardi di dollari spesi per arrivare alla Casa Bianca, l’unica cosa reale, concreta e importante era la vita di Joe, la sua voglia di comprare l’azienda che lo faceva lavorare.

Fregati di nuovo: la storia vera è una storia falsa. Bella, giusta, perfetta. Però falsa. E lui, Joe-Sam, è l’eroe che non sarà nessuno, prima usato volontariamente o involontariamente, poi dimenticato perché bugiardo. Di più: adesso scatta la corsa a sapere se qualcuno l’ha pagato. E ovviamente il complotto è duplice: lo ha usato McCain, ma poi la situazione gli è sfuggita di mano; oppure l’ha usato Obama che ha fatto finta di andare in difficoltà per poi tornare alla grande dimostrando che l’avversario usa tutti i mezzi pur di sconfiggerlo. Vale tutto. Tanto alla fine Samuel J. Wurzelbacher non voterà neppure perché sulla domanda di registrazione all’anagrafe elettorale il cognome è scritto sbagliato: Worzelbacher.