Joe Zawinul: un suono che seduce

Franco Fayenz

Esuberanza, forza vitale. Questo si pensa ascoltando un concerto di Joe Zawinul e del gruppo che lui da diciott’anni chiama Syndicate. Anche i dischi sono vigorosi, ma è più emozionante vederli, i musicisti. Il palcoscenico abbonda di strumenti ritmici, aggeggi elettronici, monitor, e la postazione di Zawinul è una fortezza quadrata di tastiere. Lì in mezzo il leader suona e canta in piedi, munito di un inseparabile copricapo rotondo di lana a righe colorate, e lancia ai comprimari sguardi fulminei con gli occhi a punta di spillo: è il suo modo di dare ordini, approvare, rimproverare. La formazione del Syndicate, dal 1988, è cambiata un numero imprecisato di volte, ma non la struttura. Oggi suonano Joe Zawinul tastiere e voce, Alegre Correa chitarra, Linley Marthas basso elettico, Nathaniel Townsley batteria, Jorge Bezerra percussioni, Aziz Sahmaoul percussioni e voce, Ana Paula Da Silva voce: bianchi, neri, nordamericani, neolatini, insieme per la «communion» che Zawinul vuole, anzitutto attraverso la musica. Ha lasciato nel 1959 la nativa Vienna per gli Stati Uniti, adesso ci sta tornando: il suo cd più vero si chiama Stories of the Danube, ricco di suoni captati lungo il grande fiume; ma Zawinul, nel 1969, ha anche sollecitato la svolta elettrica di Miles Davis componendo In a Silent Way. Quando la sua musica inizia all’improvviso, sembra già cominciata da tempo e realizza una sorta di tolleranza zero per il silenzio. Così Zawinul ha sedotto, sconcertato, irritato, entusiasmato per quattro sere il pubblico milanese. Al Blue Note.