Joffé: «Il mio film è violento, ma necessario»

Il maestro inglese, sul set dopo sette anni, spiega il crudo «Captivity»: «Una donna sequestrata ha il dovere di difendersi con ogni mezzo»

A un certo punto, dopo aver rischiato di finire soffocata da una pioggia di sabbia dentro una specie di gabbia-clessidra, la povera modella sequestrata viene costretta a bere da un imbuto un frullato di organi umani, occhio compreso. Il maniaco non risparmia in squisitezze. Lo spettatore in sala prova raccapriccio, o magari gli viene da ridere. Dipende. Lei, la protagonista, cioè l'emergente star Elisha Cuthbert che i patiti di 24 ben conoscono per essere la figlia del giustiziere Jack Bauer, assicura che è stato facile: la micidiale mistura era ottimo daiquiri ripieno di fragole, per dare l'impressione del sangue.
Esce venerdì, in 300 copie, Captivity, thriller claustrofobico che porta la firma prestigiosa di Roland Joffé, regista di film oscarizzati come Urla del silenzio e Mission. Era da sette anni, ovvero da Vatel, che non girava un film, essendosi dedicato a produrre un interminabile reality per Mtv. Ma la proposta lo stuzzicava, o forse aveva voglia di tornare sul set. Così è volato a Mosca, dove lo scenografo Addis Gadzhiev - girare lì costa meno - ha costruito le stanze dell'allucinante prigione. Purtroppo per Joffé il film, sul mercato statunitense, ha fatto flop. Una campagna promozionale sventata, tutta puntata sull'effetto orripilante, con quattro poster giganti recanti le scritte «Rapimento», «Prigionia», «Tortura», «Uccisione», ha provocato la reazione della Motion Picture Association, con inevitabile coda di polemiche, scandali e accuse. Le associazioni femministe sono insorte, molte sale hanno rifiutato il film, bollato, con qualche ragione, come l'ennesima filiazione «torture porn» del filone inaugurato dai due Hostel e i tre Saw.
Naturalmente il britannico Joffé rifiuta l'accusa di averci dato sotto, realizzando un film che umilia le donne e asseconda i peggiori istinti. Anzi, spiega: «Essere rapiti è di per sé spaventoso, ma essere sequestrati da uno psicotico intelligente e ossessivo (in realtà scopriremo che sono due fratelli, ndr), è assolutamente terrificante. Perché sa quali pulsanti emotivi e fisici premere per suscitare paura, panico, infine sottomissione». In proposito il regista, che ha già girato un altro film in Russia, Finding t.A.T.u., storia di due ragazze, sfodera una teoria curiosa: »Credo che nella sottomissione totale ci sia, per paradosso, un elemento di libertà. Perché ci si libera di barriere, limiti, restrizioni». Che è un po' quanto accade alla fanciulla in questione, Jennifer, un'icona della moda e della mondanità alla Paris Hilton, che si ritrova segregata in una cella buia, senza porte né finestre. Secondo Joffé «il film indaga su un momento cruciale di una persona famosa, ponendo sottotraccia la domanda: chi è il vero prigioniero della situazione? La celebrità sequestrata o il sequestratore ossessionato dalla celebrità?».
Va a finire, secondo copione, che Jennifer trasforma la propria debolezza in forza, riuscendo a mettere l'uno contro l'altro i due carnefici e liquidare il sopravvissuto. Perché, aggiunge il regista, «le donne in determinate circostanze hanno il diritto di usare la violenza, eccome». Conferma il produttore Mark Damon: una volta uscito in dvd, il film sarebbe stato rivalutato dal pubblico femminile, che gradisce e si identifica con l'eroina «in cattività», supponente e antipatica all'inizio, consapevole e tosta nell'epilogo. Intanto, per non sbagliare, il distributore Aurelio De Laurentiis s'è disfatto dei poster originali, puntando su tutt'altra comunicazione. Meno cruenta, in chiave di incubo. Vedi mai che lo trasformi in un successo?