Con John Phillip Law se ne va Diabolik

È morto Diabolik, al secolo John Phillip Law. Aveva 70 anni, non è mai stato un grande attore sebbene abbia recitato per Preminger e Kazan, ha giocato quasi sempre in serie B, eppure la sua scomparsa improvvisa lascia uno strano vuoto. Perché questo eterno ragazzone californiano, fissato col surf, l'ingegneria e le donne, custodì un rapporto speciale col cinema italiano, sin da quando, nel 1963, Franco Rossi lo volle accanto a Manfredi nell'episodio omosex di Alta infedeltà. Parlava cinque lingue, compresa la nostra, era di casa a Cinecittà, dove continuava a girare film sempre più poveri e sgangherati, come L'apocalisse delle scimmie, finito due anni fa e mai uscito. Sullo schermo doveva essere bello, ambiguo e perverso. Ha fatto di tutto nei suoi 100 film: l'angelo cieco di Barbarella con Jane Fonda, il fratacchione che insidia la Spaak in Tre notti d'amore, il Barone Rosso, il pistolero, il killer, Sinbad, il marinaio russo, Tarzan, ma soprattutto è stato Diabolik accanto a Marisa Mell-Eva Kant nel mitico film di Mario Bava.
Giustiziere implacabile o ladro gentiluomo, a seconda dei punti di vista, l'eroe mascherato in Jaguar E creato dalle sorelle Giussani fu preso molto sul serio da intellettuali del calibro di Eco, ma anche buttato in parodia nel caso di Dorellik. Alla sua uscita nelle sale, in pieno 1968, il film non piacque, tanto da far scrivere al teorico dello stracult Marco Giusti: «Forse, se ci fosse stata Catherine Deneuve nel ruolo di Eva Kant, come era stato annunciato da De Laurentiis, e un eroe meno patata lessa di John Phillip Law...». In effetti Diabolik si rivelò un tonfo commerciale, salvo essere rivalutato come un classico pop negli anni a venire.
Neanche quattro mesi fa, di fronte a un piatto di spaghetti, John Phillip Law ricordava con piacere l'esperienza di Diabolik, inclusi il ridicolo taglio di capelli a punta sopportato per aderire al modello di carta e la fatica patita nell'indossare la tuta aderente di gomma e pelle. «Pensai che sarebbe stata la fine della mia carriera. Ero abituato a girare a Hollywood, con una certa ricchezza. Mi veniva da piangere. Oggi, invece, continuo a firmare autografi per quel film». Un cult movie, a suo modo. A San Francisco, per almeno vent'anni, l'hanno proiettato ogni sabato dinanzi a un pubblico di mezzanotte, neanche fosse Rocky Horror Picture Show.