John Scofield: «La mia chitarra suona il blues di Ray Charles»

Il jazzista pubblica «That’s What I Say», in cui rilegge i classici del cantante scomparso insieme a Dr. John e Neville

Antonio Lodetti

da Milano

Non sarà un nome sulla bocca di tutti quello di John Scofield, ma la sua chitarra da più di un trentennio segna le strade del jazz moderno, addirittura futuribile, riscuotendo grande successo di critica e pubblico. Le sue linee melodiche semplici e al tempo stesso audaci, la fantasia ritmica, la brillantezza degli assolo sono cresciuti nel confronto con giganti come Chet Baker e Gerry Mulligan, Charlie Mingus (da cui impara la profondità del blues), George Duke e Billy Cobham (con cui scopre i colori del funky e del rock)e soprattutto con Miles Davis. Ma da buon figlio degli anni Cinquanta, Scofield cresce con una mai sopita passione per il soul ed il rhythm’n’blues. Così, ora che è un solista di punta della scena jazz (in questi giorni in tour italiano con un trio che vede al sax la nuova stella Chris Potter), Scofield pubblica That’s What I Say, disco in cui rilegge alla sua maniera - con l’aiuto di superospiti come Dr.John, Mavis Staples, Aaron Neville, Warren Haynes e David «Fathead» Newman - il repertorio del suo idolo Ray Charles, detto «The Genius», prima di portarlo in scena dal vivo in Italia quest’autunno.
«Non amo i dischi celebrativi - dice Scofield - e non mi piace neppure eseguire brani di altri autori, ma Ray Charles è un fuoriclasse, un faro che illumina la musica moderna. Oggi si parla tanto di abbattere le barriere tra generi e stili, lui lo ha fatto cinquant’anni fa. Era il re del blues e del soul ma cantava con l’anima le ballate jazz, quelle country e con brani come What I’d Say ha anticipato il rock. Così ho ceduto alle insistenze della mia casa discografica e ho fatto un disco su Ray, ma alle mie condizioni».
Ovvero?
«Ho sempre sognato un duetto con lui. Lo rispetto troppo per fare la brutta copia dei suoi storici brani, quindi ho pensato di farli rivivere con una nuova anima. Le canzoni sono state completamente riarrangiate, personalizzate senza perderne lo spirito, perché il repertorio di Ray Charles è sacro».
Un viaggio su un terreno minato.
«Un percorso fatto con amore in memoria di un grande artista ma anche della mia giovinezza. Ray Charles è stato il mio idolo e un esempio da seguire. Nel ’49, due anni prima che io nascessi, lui ha cominciato a trasformare la sua vita di dolore in una splendida avventura musicale. Questo è il messaggio che mi ha lanciato con i suoi dischi».
Quali sono i brani che ama di più?
«Georgia On My Mind mi emoziona sempre. Infatti è l’ultimo brano del disco e lo eseguo da solo con la chitarra. Per creare l’atmosfera giusta ho chiamato i migliori artisti di New Orleans e li ho radunati a New York. Poi è nato tutto spontaneamente, all’insegna dell’improvvisazione. In pratica un disco dal vivo registrato in studio con «Fathead» Newman - per trent’anni sassofonista di Ray - che illumina Hit the Road Jack, con la voce brutale di Dr.John che ripercorre la rivoluzionaria I’ve Got A Woman, con il divertente incedere reggae di What I’d Say. Ma in generale amo tutto il disco e tutti coloro che mi hanno aiutato, dal canto strepitoso di Mavis Staples ai preziosi interventi del basso di Steve Jordan passando per il tocco rock di Warren Haynes».
Quando ascolteremo queste canzoni dal vivo?
«Ora sono in giro col quartetto, ma in autunno sarò in Italia, partendo da Roma, con il repertorio di Ray Charles e una band con un giovane sassofonista che vi sorprenderà».
Sarà un disco di grande successo.
«Non lo so e non m’importa. Sono contento del risultato e credo che anche Ray lo sarebbe».
Oltre a Charles quali sono gli artisti che l’hanno più influenzata?
«Il mio è stato un lungo percorso di apprendimento partito dal blues. Il blues è l’origine della nostra musica. Dai grandi bluesmen di Chicago come Muddy Waters ho scoperto il jazz e da lì ho capito quanti stili di blues e di jazz possano convivere tra loro.Tra i chitarristi i miei maestri sono B.B.King dal tocco inconfondibile e Jim Hall, una fonte inesauribile di idee. Non posso dimenticare Miles Davis, lui mi ha insegnato che la tecnica non è tutto, anzi, mi ha insegnato a suonare col cuore e a liberare le emozioni, a diventare un artista insomma».
I puristi cosa diranno di questa deviazione dalle vie del jazz?
«È comunque un omaggio alla musica nera di qualità. Chi mi conosce sa che amo sperimentare, battere nuove strade a caccia di nuovi stimoli. Comunque non abbandonerò la strada del jazz moderno; sto preparando nuove composizioni per quartetto e trio».