«John Wayne? Cinico Lewis troppo sciocco»

La diva svedese resa celebre dalla «Dolce vita» ricorda i più famosi colleghi sul set: «Audrey Hepburn deliziosa, Dean Martin gentile»

Maurizio Cabona

da Milano

Anita Ekberg ha presentato all’Apollo di Milano i film d’epoca che escono in dvd Fox, nessuno dei quali interpretato da lei. Può permetterselo, perché è un’icona del cinema. Persa Ingrid Bergman, già nel 1953 Hollywood la proclama nuova diva svedese per antonomasia. Lei appare accanto a Tyrone Power nell’Avventuriero della Louisiana di Rudolph Maté, poi è con John Wayne e Lauren Bacall in Oceano rosso di William A. Wellman (1955): non c’è nulla di svedese nella vicenda, una fuga di contadini cinesi dal comunismo verso Hong Kong. Coloniale la meta, colonialista la trama: chi guiderebbe dei cinesi in Cina meglio di un americano? Alta e bionda, la Ekberg impersona dunque un’americana? No, una cinese.
Come c’è riuscita, signora Ekberg?
«Avevo il contratto con la compagnia di produzione di Robert Fellows e John Wayne. Ero ben pagata, ma inattiva».
Dunque?
«Ho chiesto a Wayne di lavorare. Lui mi ha risposto che, salvo il suo personaggio e quello della Bacall, tutti erano cinesi».
E lo è diventata anche lei.
«Ho messo una parrucca nera, ma ero troppo sofisticata come contadina. Allora ho messo un berretto di lana, un abito imbottito e ho preso un bambino in braccio».
Nel sud della Cina anche gli uomini sono più bassi di lei!
«Infatti non ho scene con un cinese vicino! La storia si volge soprattutto in barca o in acqua, col fondale basso, a trascinarla».
Wayne aveva quarantasette anni, da venti era famoso.
«Meglio di lui conoscevo il socio, che mi aveva assunta e mi invitava spesso nella sua villa sulla spiaggia di Malibu. Wayne lo vedevo solo per lavoro: celebre per i western, odiava cavalli».
Usava la controfigura?
«Ogni volta non doveva essere inquadrato da vicino, quando c’era da cavalcare. Ma come si può avere paura dei cavalli?».
Allo stesso modo dell’avere paura dei cani.
«È vero. In Italia tanti uomini li temono e, quando vengono a casa mia, mi spiegano che da piccolo sono stati morsi».
Lei ha molti cani?
«Tre, presi dai canili. Uno, che era stato molto maltrattato, in effetti morde al tallone solo gli uomini. Perfino mio fratello».
Ha altri animali?
«Il presidente tunisino mi ha donato due cammelli bianchi, che ho dovuto cedere allo zoo di Roma. Ma quando avevo la villa sulla spiaggia, mi sarebbe piaciuto cavalcarli sulle dune».
Ora invece dove abita?
«Ai Castelli romani, che non sono per i cammelli».
Torniamo ai divi. Lei ha girato fra il 1955 e il 1956 Artisti e modelle e Hollywood o morte, entrambi di Frank Tashlin, entrambi con Jerry Lewis e Dean Martin...
«Grandi professionisti, ma con Lewis era difficile lavorare: faceva scherzi prima delle riprese, anche divertenti, ma noi dovevamo aspettare che lui, dopo essersi buttato in acqua, fosse pronto per il ciak».
E Martin?
«Era meno comico ma più piacevole e gentile di Lewis».
Sempre con Martin e con Frank Sinatra, per la regia di Robert Aldrich, ha nel 1963 girato I quattro del Texas...
«Anche Sinatra provocava ritardi, non perché scherzasse con la troupe, ma perché non arrivava puntuale sul set».
E lei reagiva?
«Il primo giorno no; il secondo mi sono arrabbiata; il terzo ho detto che avrei lavorato solo se lui era presente!».
Risultato?
«Sinatra è diventato puntuale».
Il suo primo film in Italia, signora Ekberg, è del 1956...
«Ed è a sfondo russo: Guerra e pace di King Vidor. Lo ricordo per l’amicizia con Audrey Hepburn: deliziosa e morta giovane».
Signora Ekberg, molti la ricordano per La dolce vita...
«Ma lei no, spero».
No, trascuro Fellini. Ma ricordo Antonioni.
«Con lui ho girato Nel segno di Roma, cominciato da Guido Brignone e proseguito da Antonioni e da Freda».
L’unico, dimenticatissimo sandalone di Antonioni. Come mai chiamarono lui?
«Era uno dei rari registi liberi in quel momento! Ed era triste: la moglie l’aveva lasciato. Stava per conto suo».
Come farà Mastroianni.
«Già. Ma questa è un’altra storia».