JOHN ZORN offre il suo Aperitivo al teatro Manzoni

Il compositore e sassofonista Usa, considerato il più significativo profeta della nuova avanguardia, presenta il progetto «Moonchild»

Franco Fayenz

Dice di sé John Zorn, assai più compositore che sassofonista: «Il mio mondo musicale è come un caleidoscopio. Voi potete guardarci dentro, e quello si muove in un milione di direzioni differenti». Poi aggiunge: «Siccome ogni genere musicale è analogo, tutti i musicisti sono ugualmente degni di rispetto. Non importa che si tratti di jazz, di blues o di classica. Tutti sono musica».
Zorn è in arrivo domani alle 11 per l’Aperitivo in Concerto al Teatro Manzoni, dove presenta in esclusiva italiana il suo progetto Moonchild con Mike Patton voce, Trevor Dunn basso elettrico e Joey Baron batteria. Interessa molto, quindi, l’autodefinizione del suo fare musica come un caleidoscopio.
Chi conosce bene Zorn sa quanto sia vera. Zorn è capace di dolcezze estreme, di partiture accigliate (si ricordi Cat Of Nine Tails, portato a celebrità internazionale dal Kronos Quartet) e di magmi sonori terrificanti, confermati perfino da copertine discografiche che non si preoccupano di épater o di scandalizzare.
Tuttavia, per quanto riguarda Moonchild, è in circolazione dallo scorso giugno un cd omonimo con gli stessi protagonisti che si ascolteranno domani. L’etichetta è quella di Zorn, la Tzadik (distribuita in Italia dalla Demos di Napoli) che gli serve - è sempre lui che parla - per incidere ciò che gli pare senza rendere conto ad alcuno.
Questa volta il disco è contenuto in un sobrio ed elegante cartonato nero, privo di immagini esplicite vietate ai minori. Moonchild ha anche un sottotitolo che desta reminiscenze classiche, «canzoni senza parole».
Qua e là si possono leggere altre frasi significative. Per esempio, la dichiarazione «magica è la consapevolezza che tu sei libero», quasi un proclama; la dedica ad Antonin Artaud, Edgar Varèse e Aleister Crowley, indicati come ispiratori delle undici composizioni (45 minuti di musica) di cui vale la pena di citare i titoli: Hellfire, Ghosts of Thelema, Abraxas, Possession, Caligula, 616, Equinox, Moonchild, Le Part Maudit, The Summoning, Sorceress. Il brano più lungo sfiora i sette minuti, il più breve non arriva a due.
C’è anche una voluta indiscrezione di Zorn sulla genesi e sul metodo di Moonchild: «Si tratta della realizzazione di un progetto rimasto in gestazione per più di tre anni, che mixa l’intensità ipnotica del rituale (composizione) con la spontaneità della magia (improvvisazione) nel quadro di un format musicale moderno (rock)».
Ciò malgrado, i suoni nella loro concretezza hanno richiesto il tempo di un solo giorno, «con l’uso di varianti radicali di tale formula». L’esito è una musica forte, talvolta acre, che non lascia spazio alcuno all’ascolto passivo e allo scorrere conciliante dei suoni sulla mente e sul corpo del fruitore.
Ci siamo attardati a lungo sul cd (bellissimo per il musicofilo consapevole, ricco com’è di pieni e di vuoti, di episodi lenti o veloci, di sequenze intense o calme) perché è presumibile che il concerto del Manzoni, fatta salva la presenza dell’improvvisazione, avrà similitudini percettibili e altrettanto belle.
John Zorn, «Moonchild», Teatro Manzoni, domani ore 11, ingresso 12 e 8.50 euro