Johnny, un altro posto al Sole. Il compagno del "Manifesto" finisce al giornale dei padroni

Dal sol dell’avvenire al Sole 24 ore. Il posto al sole, in qualche modo, l’ha sempre avuto. Stavolta però il salto è di quelli che fanno tremare i polsi e pure i polsini della sua camicia immacolata «bandiera del giornalismo perbene», come dice lui. Il nuovo direttore del quotidiano di Confindustria è uno che in 55 anni è zompato dalla Lega degli studenti rivoluzionari di Corradino Mineo al Council of Foreign Relation di Nixon e Eisenhower. E che considera il ’68 «un bellissimo periodo di crescita, stimoli e impegno».
La parabola di Johnny Riotta è compiuta. Oggi è l’ameriganzo per eccellenza (dopo Veltroni): esibisce il ciuffo da baronetto e gli occhiali da Woody Allen, una cattedra a Princeton e una caterva di collaborazioni con le più grandi testate americane, o come avrebbe detto decenni fa, «demoplutocratiche». Tempi lontani, quando il compagno Gianni, «un figurino tutto impettito e precisino», debuttava ragazzino versando il suo tributo di lotta al Manifesto, corrispondente da Palermo. «Ma all’epoca già scriveva soft», ricorda Rina Gagliardi. Già, gli piace il riformismo, è un palmo avanti ai parrucconi marxisti, piglia una borsa di studio alla Columbia, fa la spola tra Roma e New York, dove abita affacciato su Central Park, Giovanni Sartori come vicino di casa. Si capisce subito che il Pci non è più roba sua. Difatti, come nota Sebastiano Messina, «Riotta è stato un appassionato comunista, ma si è guadagnato l’amicizia del monarca del capitalismo italiano, Gianni Agnelli». Che invaghitosi del partigiano Johnny, spedisce Furio Colombo ad offrirgli la vicedirezione de La Stampa. Finché Ugo Stille lo traghetta alla sede newyorchese del Corriere, dove pontifica a tutto gas nella sua nuova veste siculo-yankee, rubricheggia sui liberal, l’Islam, la sua Inter e le nuove tecnologie e trova il tempo di allenare la squadra di calcio del figlio, i Blue Lions. Insomma un ragazzo prodigio che presto pagherà quella metamorfosi esistenziale in linea con la definizione di Beppe Grillo: «Giornalista transgenico». «Riotta è simpatico e preparato, ma se l’avesse intervistato avrebbe trovato cordiale anche Hitler», attacca Micromega. Niente in confronto alle critiche che si attira quando sbarca in quota Prodi al Tg1, tg di Riotta e di governo. Pino Corrias lo declina come «un caso di omertà giornalistica che andrebbe studiata per l’incoerenza con il look che fa da copertura». La copertura sartoriale è la leggendaria camicia bianca botton down, quella che si fa stirare durante la pubblicità, «l’abito dei cronisti razionali che non vogliono avere sempre ragione», come dice Johnny. Che evidentemente si veste della sua autostima, visto che in sella al Tg1 sparò: «Dalla politica non ho mai avuto pressioni», provocando la roboante pernacchia di Giampaolo Pansa: «Vallo a raccontare a tua nonna». Ci rimase male, ma se l’era cercata: d’altronde il citatissimo giornalismo anglosassone si fonda su umiltà e coerenza. Che in teoria vieterebbe al direttore del Tg1 di bacchettare «i giornalisti di carta stampata che vivono di politica, sono amici dei politici, ci mangiano da Fortunato al Pantheon». Detto da uno che per tutta la vita ha lavorato nella carta stampata, non è molto credibile. Insomma: lottizzazione, chi era costei?, si chiede il candido «Raiotta». Pietrangelo Buttafuoco l’ha rimesso in riga: «I suoi nemici dicono che passa tutto il tempo al telefono. I suoi amici non dicono niente, ma solo perché stanno al telefono con lui». Eppure Johnny il fenomeno, sarà l’effetto della camicia, ma insiste col piglio cattedratico. A chi gli chiede se un direttore come lui fa parte della casta risponde: «Sì, però a teatro pago il biglietto». E su Panorama gonfia il petto: «Ho infastidito persone a cui i giornalisti scodinzolano, come Sofri». In realtà il vecchio Adriano ringhierà: «Questo piccolo tomo ha scodinzolato nei miei confronti a lungo, finché, avendo scritto una vigliaccheria su Pietrostefani, che non poteva rispondergli, lo trattai come meritava. Incassato il mio disprezzo, si vanta mio nemico».
È come se il suo passato militante in qualche modo continuasse a bussare alla porta della sua coscienza dandy. Dalla prima pagina del Corriere condanna il razzismo involontario di certe vignette e Valentino Parlato, antico mentore, lo tratta come un figlio traditore: «Caro Gianni, mi sorprende e mi ferisce il tuo buonismo, malattia senile del comunismo». Insomma, da destra e da sinistra continuano a ricordargli che l’abito non fa il monaco. Anche se l’abito in questione è «la camicia bianca, l’abito per ogni evenienza». Perché il giornalismo richiede immediatezza, tutto può succedere: anche di passare dal giornale dei rivoluzionari a quello dei padroni.