Johnny Depp poeta rubacuori sesso, droga e trasgressione

Nel film in costume di Laurence Dunmore impersona il conte di Rochester, beffardo menestrello della dissolutezza, infelice rockstar in grande anticipo sui tempi destinato a una morte devastante

Stenio Solinas

Il pallore dei volti, l’atmosfera lattiginosa che avvolge notti di nebbia e mattini di pioggia, la miseria sordida che fa da sfondo al vizio di una corte che ha imparato a peccare, ma ancora non conosce la dolcezza del vivere disegnano i cinematografici contorni del regno di Carlo II, l’Inghilterra della restaurazione che prende il posto di quella puritana che al proprio re aveva tagliato la testa.
Il film The libertine la mette in scena nel gelo di una luce che fa di luoghi e persone realtà scostanti e ne affida la conduzione a quel conte di Rochester che da vivo ne fu il dissoluto, infelice cantore e in punto di morte il contrito negatore: una vita breve come un sospiro, gonfia di alcol, mai sazia di coiti, piena di violenza, eppure e sempre percorsa di poesia, ora sdegnata, ora beffarda, ora amara, ora tenera. «Io non vi piacerò, e non voglio piacervi» dice dallo schermo il protagonista. Come dargli torto? Come non prestar fede a chi di se stesso aveva scritto: «Nato per me io solo mi piaccio / Oh, ma il mondo se ne offenderà! / Ebbene, sarà il mondo a soffrirne, non io». Come contraddire chi si riteneva «un uomo che è di gran moda odiare»?
Diretto da Laurence Dunmore, girato nell’isola di Man, interpretato da Johnny Depp (Rochester), John Malkovich (Carlo II), Samantha Norton (Elizabeth Barry, l’attrice di cui Rochester sarà amante e pigmalione), Rosamund Pike(la moglie mai abbandonata), il film ha la sua ragion d’essere non tanto nello stucchevole can can pubblicitario che lo accompagna e che tende a fare della figura tardoseicentesca di questo libertino, un proto-punk, una rock star ante litteram, la poesia al posto della musica e per il resto sesso, droga e trasgressioni in comune, quanto nella distaccata freddezza con cui raffigura un clima e un’epoca, la ricerca affannosa del divertimento come fosse una condanna, l’incapacità di amare come l’unico modo per non restare disillusi, l’irrisione di tutto non potendo più credere in niente.
Una raffigurazione che se pure in qualche modo non rende integralmente giustizia alla figura storica di Rochester, al peso e al ruolo di chi è ormai considerato il più importante poeta di quel tempo, favorisce però la ricostruzione psicologica di un carattere in cui scetticismo, volontà autodistruttiva, malessere esistenziale, disprezzo per il genere umano marciarono di pari passo e a velocità forsennata verso una morte devastante.
Da questo punto di vista il Johnny Depp sfigurato e mutilato dalla sifilide che dà il suo corpo e la sua voce al discorso con cui il conte di Rochester difese in Parlamento la liceità del duca di York, cattolico, all’eventuale successione di Carlo II è un realistico pezzo di bravura perché contiene tutto: una scienza medica ancora agli albori e che poco si discostava dalla ciarlataneria, gli effetti reali di una vita vissuta allo stremo, in un’epoca in cui a quindici anni si andava già in guerra e a trenta si era già vecchi, il vuoto e il terrore che provocavano le malattie, gli odori, gli umori, le putrefazioni visibili e quelle immaginate, la consapevolezza che, ricchi o poveri, si era in realtà tutti eguali di fronte al male, non c’erano cure, non c’era salvezza.
A suo agio nel rappresentare chi venne descritto dai suoi contemporanei come «un diavolo che ha però qualcosa dell’angelo ancora incorrotto», Depp è del resto ben servito non solo dagli altri attori, fra cui un Malkovich-Carlo II cinicamente perfetto, ma da una una scenografia e una sceneggiatura che bene rendono la Londra degli Stuart, delle stradine strette, delle mentalità ristrette, dove ovunque era vizio, incompetenza, bruttezza fisica e la lingua era quella delle taverne e dei bordelli, una lingua che, come poeta, il vero Rochester restituirà da par suo e di cui nel film c’è più di un assaggio.
Un suo possibile autoritratto suona così: «Mi alzo alle undici, pranzo alle due / alle sette sono ubriaco / e allora chiamo la mia troia/ ma per paura dello scolo / lavoro di mano...». E però è lo stesso poeta capace di dire: «Fossi io uno spirito libero di scegliere / come vorrei essere / scimmia o orso / o qualsiasi altra cosa / tranne l’animale uomo / così fiero di essere razionale».
È in questo impasto di animalità e consapevolezza delle miserie umane che scorre la vita di Rochester e le uniche figure femminili importanti, fra le tante che la popolarono, all’inizio ricordate, sono anche quelle a cui nel film è affidata una sorta di contrappeso: e se storicamente non risulta la frase che il Rochester cinematografico dice alla Barry, «non vi perdonerò di avermi fatto amare la vita», le lettere da lui scritte all’una e all’altra sono un altalenante susseguirsi di rispetto e di dispetto, di passione e di derisione, di affetto e di stanchezza.
Alla amante tolse comunque la custodia della figlia che da lei aveva avuto e contro il matrimonio scrisse una satira sconsolata: «Di tutti i manicomi / è il peggiore / ci entriamo come pazzi / e non c’è speranza di uscirne». Dopo la sua morte, avvenuta con i conforti religiosi e con l’abiura della vita passata, ci fu chi commentò: «Adesso la sua anima brucia in paradiso».