La «joie de vivre» del brasileiro Ivan Lins

Nell’arte esistono le «matrici» e, di fronte a una «matrice», si resta fermi e un po’ ammaliati. E allora assistere a un concerto del grande Ivan Lins, genio melodico di quella MPB (Musica Popular brasileira) tanto popolare quanto raffinata, è un po’ come trovarsi di fronte a un bel quadro di Cézanne, «matrice» del Cubismo. È successo qualche sera fa al Blue Note, in una serata di grande musica stranamente passata in sordina e dunque priva del pubblico delle grandissime occasioni, così come avrebbe meritato. Ivan Lins, classe 1945, carioca doc come Chico Buarque, non vanta è pur vero l’allure delle star brasiliane alla Caetano Veloso o Joao Gilberto, ma nel variegato pianeta della musica brasiliana resta un caposaldo imprescindibile. Non soltanto perchè le sue composizioni hanno fatto storia spesso interpretate da altri artisti, come nel caso della celebre «Madalena» cantata dalla scomparsa Elis Regina. Ma anche perchè Ivan Lins è effettivamente il fondatore di un genere, di quel samba-jazz dalle armonie inconfondibilmente solari che fondono musica, canto e testi in un viaggio di appassionata dolcezza. In questo senso, Lins è una «matrice» perchè dalle sue costruzioni melodiche, dalla sua maniera di modulare la voce che accompagna gli improvvisi cambi armonici, hanno in fondo attinto un po’ tutti, e non soltanto in Brasile, come nel caso di Milton Nascimento; ma anche in America, basti pensare alle «vocalità» del grande chitarrista Pat Metheny. Lui però, timidamente, preferisce passare per il facile chansonnier innamorato dei grandi jazzisti come Miles Davis, Chet Baker, Keit Jarret, Herbie Hancock, Chick Corea. In realtà le sue «canzoni», in oltre trent’anni di carriera costellata da altrettanti album, sono divenute veri standard jazz interpretati da grandi artisti come Quincy Jones, Toots Thielemans, Barbra Streisand, George Benson, Manhattan Transfer, Ella Fitzgerald, Dionne Warwick e altri. Oggi fa impressione la coinvolgente vitalità di questo ragazzone di 64 anni con ancora il ciuffo ribelle e appena un po’ di pancetta da bon vivant, che in piedi davanti alla tastiera, mescola la voce con gli antichi sogni. Sogni di amore e joie de vivre che crescono nei suoi brani con ritmiche trascinanti e melodie ricche di cromatismi. La sua musica, forse unico caso nel panorama brasiliano, è un vero e proprio inno alla vita senza retorica e sentimentalismo. A cominciare dai titoli sempre positivi delle sue canzoni, come «Abre alas», «Começar de novo», «A gente mereçe ser feliz», «A quem me faz feliz», «O amor e o meu pais»: spicchi di sole puro senza la consueta vena di saudade e di tristeza di cui è sempre comunque intrisa la bossa nova e in fondo anche il samba al di là dei toni festosi. Il grande Ivan non ha più, ovviamente, la voce aperta e angelica degli anni ’70, ricca di virtuosismi e falsetti: ma sul palco mette in gioco cuore e anima e si diverte come allora. Al Blue note, martedì sera, lo ha dimostrato suonando per più di tre ore, concedendosi soltanto un breve intervallo e un duetto finale con l’armonica del pianista Laurenço. Chapeau. Anzi, muito obrigado.