Il jolly della commedia all'italiana ha mille volti e recita Orson Welles

Dilaga in tv, deborda a teatro, straripa al cinema. E proprio nell’anno in cui ricorre il venticinquesimo anniversario della morte del suo grande feticcio, Orson Welles. Non è solo il momento d’oro del cinema italiano, sugli scudi per la nomination all’Oscar di Virzì e per la ripresa produttiva, ma è pure la volta buona di Giuseppe Battiston, l’attor giovane più interessante sulla scena. E il più presente, da quando i 1.781mila euro d’incasso de La Passione" di Carlo Mazzacurati, dove l’interprete udinese classe ’68 faa l’ex galeotto redento dal teatro, ha reso evidente un dato: dove c’è lui, c’è incasso. «Il successo de La Passione? sta nello speciale rapporto che noi italiani abbiamo con la religione. Il mio personaggio mi piace perché, dopo essere uscito dal carcere sente di aver diritto al riscatto e se lo inventa col teatro di strada», riflette questo jolly della commedia all’italiana.
Sarà perché è bravo (ha vinto il vincibile: dal David di Donatello al Ciak d’oro fino al Premio Ubu per il monologo teatrale Orson Welle’s Roast), con quella dizione chiara e il carisma carnale. Sarà perché il pubblico non ne può più di gente bella e basta, desiderando facce espressive e magari corpulenze controcorrente (palestrati e depilati sono fuorimoda). A furia di darci dentro, insomma, Battiston doveva esplodere: il 22 la Warner lo manda in sala con Figli delle stelle, commedia amara di Lucio Pellegrini, dove lui è il comunistissimo Bauer, magnifico perdente, sia come pizzaiolo sia come ricercatore universitario disoccupato. Uno che, invece di rapire il Ministro Girardi (Fabrizio Rondolino) e chiederne il riscatto (per risarcire la famiglia d’un uomo, morto sul lavoro), sequestra un sottopancia. Vestito da fanta-rivoluzionario, - colbacco peloso, occhialini tondi e maglione a coste straslabbrato - Bauer ha due fisse: il comunismo e la recitazione. «Non è colpa mia se tanti film girati in tempi diversi, finiscono per uscire nello stesso periodo. Io mi chiamo fuori e anche se lavoro tanto, cerco comunque di scegliere con cura, di trovare ruoli sempre diversi: odio l’dea di ripetermi», quasi si scusa per la propria sovraesposizione.
Non abbiamo fatto in tempo ad apprezzarne lo spessore recitativo nella miniserie tv Le ragazze dello swing (sempre col sigaro in bocca, vedi il maestro di Quarto potere) che lo vedremo spuntare dal grande schermo per tutto l’anno. Ora sul set emiliano della commedia Bar Sport (dal bestseller di Stefano Benni), diretta da Massimo Martelli e con Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Teo Teocoli, Battiston non sa a chi dare il resto. Non solo in senso metaforico: qui, tra flipper e cappuccini del bar di cui è proprietario, sarà Onassis, quello che deve vendere la Luisona, una pasta gigantesca in vetrina dal 1959. Il cibo piace a Battiston (come piaceva a Welles), che un tempo fu magro (come fu magro il suo alterego scenico). «Il medico mi ha proibito di preparare cene per quattro. A meno che a tavola non ci siano gli altri tre», sogghigna dal palcoscenico, dove il suo Orson Welle’'s Roast, a teatro fin dopo Natale, rimanda sia all’arrosto sia a quella celebrazione antiagiografica, tipica della cultura anglosassone. Battiston, insomma, prende uno dei mariti di Rita Hayworth e lo mette sulla graticola. «Il mio è un atto d’amore. Amo i film di Welles e studiandone la vita ho scoperto aspetti meravigliosi della sua personalità: era un grande comunicatore. M’è piaciuto farne un ritratto, anche con i lati negativi: i cattivi sono latori di qualcosa di nuovo. Welles aveva quel sano veleno contro la stupidità, che tutti gli attori dovrebbero avere. Era un uomo che si bastava e la sua autosufficienza rende quell’essere altrove, tipico del suo lavoro», nota l'artista. Che a teatro, sua vera passione,fu scoperto da Silvio Soldini, pronto a lanciarlo in Pane e tulipani, confermandolo in Agata e la tempesta e, da ultimo, nel mélo Cosa voglio di più, dove la morbida pinguedine del marito da lui incarnato cozzava contro il ghiaccio d’una moglie fedifraga.
«Il mio vero amore è il teatro. Lì ho cominciato, né voglio smettere. Anche se diventa difficile alternare le cose»,confessa. Aspettando il duetto con Ambra nel film Notizie degli scavi (di Emidio Greco, dal racconto di Lucentini), a primavera Battiston sarà Il pitone a teatro, «uno che prima se ne sta buono e ti prende le misure, poi ti tira fuori». Pare lui col suo pubblico.