Jon Anderson: fiabe surreali senza gli Yes

Antonio Lodetti

La purezza della tradizione e l’ardimento dell’elettronica. Ovvero l’alternanza dei suoni acustici della chitarra e dell’arpa a quelli fantasmagorici della chitarra Midi, il tutto guidato dal canto vellutato di Jon Anderson, voce degli Yes e cantante di culto per gli appassionati di rock progressivo. Nella Sala Puccini del Conservatorio di Milano Anderson, nel suo unico concerto italiano dell’impegnativo «Work In Progress Tour Of the Universe» si trasforma in «one man band» colto e intimista. Si prende lunghe pause per raccontare se stesso, la genesi delle canzoni, le sue storie un po’ naïf. Poi affronta un repertorio dove la musica fluisce libera, senza generi né stili, scivolando dal pop alla classica, dall’avanguardia al madrigale a puntate cameristiche (ci sono le basi registrate, croce e delizia degli appassionati) in nuove composizioni come le eleganti Father Sky e This Is o in rielaborazioni di classici degli Yes come il maestoso The Revealing Science Of God. I toni vocali, coloriti e stilizzati come nei momenti migliori, raccontano emozioni sopite ma mai dimenticate; le melodie, ora rarefatte ora tornite, evocano atmosfere un po’ melanconiche ma raramente nostalgiche o autocelebrative. Sul palco Anderson (come hanno fatto i Van Der Graaf Generator pochi mesi fa dallo stesso proscenio) dà il meglio del cosiddetto rock sinfonico (o progressivo). Quello che sposa anima, tecnica esecutiva, genialità, suoni senza frontiere e che naturalmente è seguito da un pubblico di nicchia.