Jordan, uno squalo tra due Diavoli. «Il Manchester? Si può battere»

nostro inviato a Manchester

«Il Manchester United? Si può battere». Non parla Mourinho. Nemmeno Arsene Wenger o Rafa Benitez. Semplicemente, modestamente Joe Jordan, coach del Portsmouth, il Boccaporto football club, che due settimane orsono si è preso il lusso di rispedire a casa la squadra di Ferguson, scozzese come Jordan, per 2 gol a 0: «Li abbiamo aggrediti, abbiamo usato tutte le nostre forze, siamo stati fortunati con l’autogol di Rio Ferdinand e la complicità di Van der Sar, ma non c’è stato un solo momento della partita in cui abbiamo mollato la presa, è la sola soluzione contro la squadra più forte del campionato inglese».
Joe Jordan, di anni cinquantacinque, ha il Milan nel cuore, avventura poco felice per gli almanacchi, caldissima e affettuosa per lui e una fetta di tifosi rossoneri. Da Manchester Jordan passò al Milan in cambio di 250 milioni di lire: «Guadagnavo 25mila sterline all’anno, ne presi il doppio a Milano, accettai la sfida, dopo aver rinunciato alle offerte del Bayern di Monaco e dell’Ajax quando giocavo con il Leeds United. Il Milan era un club grandioso, più illustre del Manchester, era la squadra di Cesare Maldini, di Cudicini, di Rivera, di Liedholm».
Martedì per Joe Jordan è un derby di ricordi ma si va oltre la nostalgia. Lo squalo fa il coach e «assiste» Carlo Ancelotti compilando le pagelle degli uomini di sir Alex Ferguson, il modo di affrontare il Manchester, i suoi punti forti, quelli deboli.
«A Milano giocherei con il 4-4-2 ma all’Old Trafford penso sia preferibile il 4-4-1-1. Sono tre i loro uomini squadra: Neville, Giggs e Scholes».
Dove il Manchester è più forte?
«Ha la capacità di essere pericoloso con più uomini, Rooney, Ronaldo, Scholes, Giggs, anche quando la squadra è in difficoltà riesce comunque a segnare un gol. E nei primi venti minuti è come un lupo che ti afferra alla gola».
Dove può soffrire?
«Nell’esperienza, per questo tipo di partita, contro questo tipo di avversario. La Roma è stata travolta per una tattica sbagliata, niente affatto prudente. Il Milan non commette questi errori e ha uomini di assoluta garanzia. Ci sono precedenti al riguardo. Ma il Manchester è maturato nei protagonisti, come Rooney e Ronaldo, è la più fresca e potente delle quattro semifinaliste, il Milan è il più compassato».
Incominciamo da Van der Sar.
«Sui palloni alti è ok, buono nelle uscite, sa rilanciare il gioco, è incerto nelle conclusioni dalla distanza, pensa troppo ai suoi errori e perde fiducia».
Gary Neville.
«Una bandiera, carismatico come Paolo Maldini, forte sia in difesa che in attacco».
O’Shea.
«Non attacca con frequenza, buono di testa e pericoloso sulle palle inattive, non ha la “presenza” di Neville».
Rio Ferdinand.
«Voleva dimostrare di poter giocare contro gli attaccanti italiani, ma non ci sarà. Ha scatto, buon cambio di marcia, buono di testa, perde ogni tanto la concentrazione».
Brown.
«Commette errori imprevedibili, veloce ma meno forte di testa di Rio Ferdinand, gioca di preferenza con il destro».
Heinze.
«Migliore in attacco che in difesa, pericoloso sui colpi di testa, combattente».
Carrick.
«La sorpresa, è costato molto, di solito è la spalla di Scholes, non copre molto ma è pericoloso nelle conclusioni, con entrambi i piedi. Galvanizzato dalla performance contro la Roma».
Scholes.
«Il generale, tornato grande dopo i guai seri agli occhi, costretto al riposo per sette mesi da un problema di vista. Detta la partita, segna molti gol, guida la squadra non con la bocca ma con il silenzio e la sua personalità».
Giggs.
«Ha giocato contro lo Sheffield United la sua partita numero 500. Corre come se avesse vent’anni, a destra, a sinistra, fa la seconda punta o il centrocampista, più altruista del passato, uomo squadra».
Smith.
«Più disciplinato che a Leeds, dopo il ko alla gamba e alla caviglia è tornato quello pericoloso e molesto di prima».
Ronaldo.
«Che posso dire? Non corre più soltanto, gioca per la squadra e a testa alta, fenomenale».
Rooney.
«È nato con il pallone, ne è innamorato, è un combattente, gioca per gli altri, non è egoista come qualcuno crede, non ha ancora trovato la costanza di rendimento ma ha ventidue anni, insiene con Cristiano Ronaldo è il presente e il futuro».
Richardson.
«È rientrato dal prestito al West Bromwich Albion, è un centrocampista-ala opportunista, ma senza esperienza».
E il Milan?
«Quando guardo Kakà mi aspetto che accada qualcosa di bello».