Jorge Luis Borges, l'Interpol indaga sul mistero dei libri «fantasma»

Un'inchiesta internazionale sul traffico dei testi “falsi” del grande scrittore argentino. La denuncia della vedova: «Mi sembra di vivere in un romanzo poliziesco». Ma è solo l'ultimo dei «gialli» editoriali di cui sono stati protagonisti in passato i suoi libri

Un intricato e surreale caso squisitamente borgesiano, in bilico fra la realtà poliziesca e la finzione libraria. Un labirinto di carta, che su avviluppa attorno alla sterminata e misteriosa produzione di Jorge Luis Borges (1899-1986), una Biblioteca di Babele nella quale, come ogni labirinto che si rispetti, è facilissimo entrare, impossibile uscirne. Chissà come avrebbe sorriso beffardo lo scrittore argentino ad apprendere la notizia che in queste ore rimbalza fra il Sud America e il Giappone: ossia che addirittura l'Interpol sta indagando su un «presunto traffico illegale» di una serie di manoscritti falsi a lui attribuiti (o rubati...). Lo ha denunciato, dando il via alle indagini, Maria Kodama, vedova ed erede universale di Borges, durante un incontro a Città del Messico qualche giorno fa. L'obiettivo dell'inchiesta internazionale è «capire chi vende, da dove escono e quali sono state le strade percorse dai manoscritti» che girano sotto la firma di Borges, ha sottolineato Kodama durante la presentazione nella capitale messicana di un nuovo libro sull'autore di «El Aleph». La Kodama (nata a Buenos Aires nel 1945, figlia di Yosaburo Kodama architetto giapponese, già discepola, poi compagna e collaboratrice dello scrittore argentino che aiutò, divenuto cieco, nella stesura della Breve antologia anglosassone, del '78, e di Atlas, dell'84, e oggi presidente della Fondazione internazionale Jorge Luis Borges che ha sede a Buenos Aires) ha rivelato di aver iniziato a indagare sul caso dopo aver ricevuto una segnalazione dal rettore di un'università di Tokyo che le chiedeva chiarimenti sull'autenticità di un manoscritto acquistato da tale università. «Mi recherò in Giappone per capire come questi testi sono arrivati lì e per chiarirne l'origine», ha dichiarato la vedova di Borges, ricordando che «affrontare questo tipo di problemi è un po' vivere in un romanzo poliziesco». O percorrere uno dei tanti labirinti “sognati” dal grande narratore argentino. E non è la prima volta che gli scritti di Borges - un autore al cui fama di manipolatore e falsificatore ha intrecciato indissolubilmente riferimenti veri e falsi all'interno delle sue opere - finiscono al centro di un “giallo” editoriale. Il suo libro di saggi dal titolo «La misura della mia speranza» apparve a Buenos Aires nel 1926; ma insieme a «Inquisizioni» (1925) e a «L'idioma degli argentini» (1928) fu poi ripudiato dallo scrittore, tornando ufficialmente in circolazione solo dopo la sua morte (il motivo era che queste pagine contenevano una critica sferzante alla coeva cultura argentina, alla sua lingua, alle sue tradizioni). «La misura della mia speranza» per anni è rimasto circondato da un denso alone di mistero. Di questo testo giovanile si parlava in Europa come di una diceria, una leggenda fra le tante “ficciones” borgesiane. Borges in più occasioni suggerì che il testo apocrifo non esistesse, ma bastarono brevi ricerche a riportarlo alla luce in alcune biblioteche argentine. Più tardi, forse contro la volontà dell'autore, fu edito postumo proprio dalla sua compagna (ed erede) Maria Kodama. Da noi è stato tradotto nel 2007 da Adelphi, la casa editrice che sta ripubblicano in Italia l'opera omnia dello scrittore. Di certo uno dei più straordinari e inafferrabili del suo secolo.