José Olallo Valdés

Nel 1820 nella «ruota» dell'orfanotrofio San José a L'Avana venne trovato un bambino di circa un mese. Fu chiamato José e cresciuto lì. Scopertasi la vocazione, entrò nei Fatebenefratelli e fu mandato a prestare servizio nell'ospedale di Camagüey, dove subito si diede da fare contro un'epidemia di colera. Durante la guerra civile dei «dieci anni», scoppiata nel 1868, si prodigò assistendo i feriti di ambedue le parti. Anche gli schiavi neri avevano in fratel José un padre e un protettore. In un'occasione riuscì a evitare che le campane della chiesa del suo ospedale venissero usate come segnale d'attacco, garantendo in tal modo che la popolazione civile restasse indenne dal conflitto. Anche quando il governo anticlericale procedette alla soppressione degli ordini religiosi e all'espulsione dei frati dai conventi, la stima di uomo di Dio che fratel José si era procurato gli ottenne di essere lasciato in pace nel suo ospedale tra i suoi malati. Quel che più colpiva i suoi concittadini era la dedizione che egli dimostrava ai moribondi: si piazzava al loro capezzale e non se ne staccava fino a quando non erano trapassati serenamente tra le sue braccia. Quando morì, nel 1889, tutta la città era al suo funerale, a cui accorsero anche dalle zone limitrofe. Una spontanea colletta popolare gli innalzò un monumento funerario di tutto riguardo. Non solo. La cittadinanza volle che gli venissero dedicate una strada e una piazza. La sua è la storia esemplare di un figlio che i genitori non avevano voluto. E può anche insegnarci molto sul modo di trattare i cosiddetti «terminali».