Joszef Zaplata

Era un religioso polacco appartenente ai Fratelli del Cuore di Gesù in diocesi di Poznan. Aveva quarantun anni ed era stato arrestato dalla Gestapo nel 1939, cioè all'inizio della seconda guerra mondiale. Non era passato ancora un anno da quando fratel Joszef aveva fatto la sua professione solenne. Lo portarono nel campo di concentramento di Dachau, dal quale, com'è noto, difficilmente si usciva vivi. Lo Zaplata resistette per tutto il tempo della guerra e morì di tifo nel 1945, a pochi mesi dalla fine di tutto. Aveva contratto il contagio facendo il suo mestiere, cioè assistendo tutti quei compagni di sventura che si erano ammalati. Era ancora giovane, poteva farcela; del resto, aveva resistito per anni e si trattava di tener duro per poche settimane ancora. Ma avrebbe dovuto salvaguardarsi, pensare alla salute, farsi i fatti suoi. Già, ma sarebbe morto d'incoerenza. Era entrato in uno di quelle organizzazioni che non a caso vengono chiamate, nel linguaggio canonico, «istituti di perfezione». In esse si seguono i consigli evangelici. Che sono, appunto, consigli: «...se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto...», dice Cristo al giovane ricco nel Vangelo. Se vuoi. Sembra, dunque, logico e quasi banale dirlo: se uno si fa frate o prete sa a cosa va incontro, l'ha scelto lui; una vita di sacrificio e spesa per gli altri, dimentico di se stesso. Perciò, che bisogno c'è di beatificare uno che così muore? Eh, carissimi, magari fosse così semplice. Invece, sono tanti, ahimè, quelli che trasformano la loro vocazione, senza quasi avvedersene, in idolatria del proprio personale giudizio.
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