Jovanotti: "Ho fatto un safari pop. E ho ritrovato me stesso"

Intervista a Lorenzo, esce domani il suo nuovo cd "Safari"

Milano - Tanto non ce la fate a seguire in un colpo solo tutto questo Safari di Lorenzo: bisogna riascoltarle, le sue nuove canzoni che escono domani, perché una volta soltanto non basta come succede sempre quando c’è vita vissuta dentro le note. Stavolta Lorenzo ha viaggiato così tanto che non si è mosso da qui, ha girato un’altra volta il mondo ma ha esplorato soprattutto se stesso ed eccolo questo nuovo album in cui «non si parla di viaggi ma si viaggia». E bisogna farlo a tappe, il safari, una canzone dopo l’altra perché ognuna segue la sua rotta, c’è reggae e persino samba, e chi l’avrebbe mai detto che un giorno Lorenzo Cherubini, il fu Jovanotti for president, avrebbe fatto un disco così pieno di tutto, di fango, di sole, di dubbi, di incazzature, di parole e di silenzi e di scoperte, soprattutto scoperte, quelle che si fanno viaggiando il mondo e ritrovandosi alla fine soli in fondo al proprio animo.

Lorenzo, stavolta è un album inattaccabile: stilisticamente vario, pensoso, umile, persino emozionante.
«Avevo proprio l’intenzione di fare canzoni che fossero anche altro, che avessero più possibilità d’ascolto. Prima, negli altri dischi, tendevo a non buttare via nulla: stavolta l’ho fatto, non giro più intorno alle cose».

Ha anche abbandonato il bisogno di dimostrare quant’è bravo: adesso le canzoni sono sostanza e basta.
«Mi sono lasciato alle spalle alcune cose e sapessi quante paranoie mi sono fatto. Dopo il cd Buon sangue sono davvero cambiato e sono andato dentro la mia anima. Questo è un album che dedico a mio fratello Umberto morto il 22 ottobre. L’ho composto in giro per il mondo ma di quello che ho visto non c’è nulla».

L’ispirazione è questa.
«È quel brividino che ti viene e fa capire che sei sulla strada giusta. A vent’anni siamo solo istinto, a quaranta c’è tutto il resto».

Com’è razionale.
«Tutt’altro. Non me lo aspettavo un disco così: volevo più funk e più rap. L’ho fatto ma poi non avevo voglia di riascoltarlo. E comunque per questo cd mi sono sentito più libero e rilassato».

Perché?
«Con Buon sangue avevo l’angoscia di riposizionarmi sul mercato, di riprendere contatto con il pubblico. Stavolta no».

E ha chiamato grandi ospiti: come Ben Harper alle chitarre di Fango, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro in Safari, Sly & Robbie nella strepitosa Temporale, Sergio Mendes in Punto e Michael Franti in Mani libere 2008.
«In studio ci siamo divertiti, abbiamo vissuto e lavorato solo per la musica, c’è qualcosa di più divertente?».

Caro Jovanotti, lei è sempre più musicista e meno guru. Che cosa ha pensato quando Veltroni ha usato il suo brano Mi fido di te per l’assemblea del Pd?
«Le canzoni sono belle perché si allontanano da chi le scrive e diventano di tutti. L’altro giorno un parroco ha scritto sul web che ha addirittura usato le parole di Fango per fare una predica in chiesa».

Chissà che cosa ne pensa Michele Serra che vent’anni fa le augurò «una morte lenta e dolorosa».
«Come tutti i moralisti si è intimorito sentendomi per la prima volta. Ma allora le sue parole mi davano forza, mica mi deprimevano. E quando a Cortona mi hanno dato la cittadinanza è venuto lui a farmi l’intervista in piazza».

D’altronde tutti sono liberi di parlare. Anche il Papa?
«Allucinante che non sia andato alla Sapienza: è un capo di Stato, è autorevole».

Farà il superospite al Festival di Sanremo?
«Sì, ma sto cercando un’idea, voglio fare un piccolo pezzo di tv. E sicuramente canterò A te, è la prima volta che la mia voce cambia così tante tonalità, insomma fa un bel safari anche lì».