Juan Manuel de Prada: «I fantasmi del passato ci tormentano ancora»

Juan Manuel de Prada, nato nel 1970, è la rivelazione del romanzo spagnolo dell’ultimo decennio (i suoi libri, tra cui La tempesta, Premio Planeta, si possono leggere in Italia nelle Edizioni e/o). Vive e lavora a Madrid, ha appena ricevuto il Premio Mariano de Cavia. Il tema della conversazione che gli propongo lo fa subito incupire, lo vedo dalla reazione del suo volto da ragazzo dietro i grandi occhiali: il volto di uno scrittore - come si definisce - «barocco, torturato e taciturno».
Che ricordi ha della guerra civile?
«Ricordi nessuno, naturalmente, data la mia età. Ho invece molti ricordi trasmessi soprattutto da mio nonno, che perse due fratelli nella guerra, ciascuno su un diverso fronte politico; nessuno aveva una ideologia precisa, semplicemente la guerra li sorprese in aree geografiche distinte e furono reclutati dai due eserciti in lotta. Come in generale avvenne per la maggior parte degli spagnoli. Penso che esista una visione eccessivamente politicizzata della guerra civile: in realtà gran parte di chi morì, morì perché travolto dalla fatalità. Mio nonno mi inculcò innanzitutto il rifiuto di quella guerra, che alla fine sarebbe servita a dissotterrare le vecchie rivalità e a far emergere la parte peggiore di se stessi. Forse l’aspetto più bello del comportamento di mio nonno fu la mancanza di rancore. Sebbene lo addolorasse profondamente la perdita di quei due fratelli morti nel fiore della giovinezza, mai “sporcò le sue labbra con l’odio”. Questo fu per me un insegnamento fondamentale: capii che il modo migliore per andare avanti era guardare al passato senza risentimento. Mio nonno faceva parte di una “terza Spagna”, disgraziatamente messa a tacere, quella che non condivideva gli eccessi estremistici del periodo repubblicano o del regime franchista».
La guerra civile influenza la narrativa spagnola ed anche la sua esperienza di scrittore...
«Certamente fu un avvenimento fondamentale della storia spagnola. Spiega i fantasmi del nostro passato e quindi rappresenta un materiale letterario di prim’ordine. Penso che la idiosincrasia spagnola abbia una disgraziata componente atavica, una certa “cainità” (ricordiamo l’ombra di Caino che vaga errante nel poema di Machado), che in quegli anni raggiunse il suo apogeo. Ogni guerra fa affiorare gli istinti migliori e peggiori dell’essere umano; una guerra civile esaspera ancor più gli animi e fa sì che i peggiori istinti trionfino negli individui peggiori. Nell’evocazione che gli scrittori spagnoli fanno della guerra civile detesto comunque la pretesa tendenziosa di “fare i conti”, presentando quel conflitto come una battaglia tra “buoni” e “cattivi”. Penso che sia un tributo alla “correzione politica”, oltre che un pericoloso revisionismo. Certo, uno scrittore è libero di ricreare il passato secondo la propria visione del mondo e la propria ideologia, ma noto tra gli scrittori spagnoli un conformismo critico nel loro approccio alla guerra civile che mi risulta alquanto sospetto».
In che senso?
«Non posso credere che il loro sguardo sia sempre uguale, monotono nel loro repertorio di incertezze storiche e tic politicamente corretti. Io ho trattato la guerra almeno in due dei miei libri: Le maschere dell’eroe e Le campane dell’aria (entrambe apparse in Italia nelle Edizioni e/o, ndr); nel primo la guerra è vista dalla prospettiva di un personaggio canagliesco, nel secondo da quella di una femminista che arriva ad avere simpatie anarchiche. Per molti anni mi sono documentato sulla guerra civile, ricorrendo a fonti originali e a libri degli storici più tendenziosi, e mi sono convinto di una cosa: entrambi i fronti politici commisero degli eccessi. L’attuale cultura spagnola, tuttavia, pretende che tali crimini siano solo opera della parte franchista: una falsità che non ha alcun fondamento. La condanna del colpo militare e della dittatura di Franco non possono far dimenticare gli abusi e le atrocità commesse dal fronte repubblicano. Inoltre ritengo che tale tendenziosità sia assai pericolosa per la salute democratica della Spagna, poiché inevitabilmente ha innescato una reazione di storici e pseudostorici che stanno rivendicando il legato di Franco. È così difficile essere equanimi? Da ciò che si vede sembra che essere spagnolo ed equanime sia una combinazione impossibile».
Di fronte alla violenza che insanguinò la società e la cultura spagnola causando migliaia di morti, il mondo si chiede come ha fatto il Paese a uscire da una simile tragedia, a trasformarsi e a diventare una della nazioni europee più vive e moderne.
«Penso che la ragione per cui la Spagna si sia trasformata in modo così radicale stia nel fatto che noi spagnoli abbiamo sottoscritto, durante gli anni della cosiddetta Transizione, un tacito patto di perdono e abbandono dei vecchi rancori. Questo atto ha consentito alla Spagna di avanzare verso la democrazia e ha permesso le riforme politiche e sociali che l’hanno trasformata in un Paese prospero e moderno. Per sfortuna oggi esiste una corrente politica e intellettuale che ha sostituito quell’atteggiamento generoso della Transizione con un ritorno dell’odio e dell’animosità. Lo chiamano “memoria storica”, ma in realtà credo che si tratti di un voler “fare i conti” di dubbia ragione storica. E temo che porterà solo dolore agli spagnoli».