Jude Law prende in giro Caine: "Fra 40 anni avrò il tuo ruolo"

Michael, l’altro protagonista di "Sleuth", replica con ironia: "Da lassù baderò sempre io a lui". Il regista Kenneth Branagh precisa: "Il mio film non è una sfida a Mankiewicz"

Venezia - «Il nostro Sleuth non rifà lo Sleuth di Mankiewicz». Alla Mostra di Venezia, dove il film è in concorso, il regista Kenneth Branagh e gli interpreti Michael Caine e Jude Law sono perentori con me. Io sono perplesso con loro. Infatti lo Sleuth («Investigatore») di Mankiewicz, uscito nel 1972, era interpretato sempre da Caine (nel ruolo oggi di Law), come era sempre ispirato alla commedia di Anthony Shaffer.

Fra Caine e Law si ripete dunque la staffetta di Alfie. Con la differenza che il film originario impose Caine, mentre il rifacimento non ha certo imposto Law, caso mai ne ha frenato l’ascesa: difficile alla sua età e con le sue doti incappare in qualcosa di meno riuscito.
Forse è per questo contrattempo che, dei tre britannici in laguna, Law è il più deciso nel dirmi che i due Sleuth sono «diversissimi».
Il primo uscì in Italia nel 1972 come Gli insospettabili, ultimo film di Mankiewicz, la cui carriera era stata spezzata dal fiasco di Cleopatra (1960), che fece fallire la Fox. Ma per Branagh non è temerario confrontarsi con Mankiewicz, che schierava, oltre a Caine, Laurence Olivier nel ruolo oggi di Caine?

Il nuovo Sleuth, pur durando meno di un’ora e mezza, solo nella prima metà scorre, lubrificato da ironia e disprezzo reciproco degli antagonisti; poi divampa la passione fra loro, che in teoria dovrebbero contendersi la stessa donna (che non si vede mai) e si scivola dal lubrificato al lubricizzato. Rimettendoci.

Di chi la colpa? «La sceneggiatura, soprattutto per i dialoghi, è opera di Harold Pinter, che della commedia di Sheffer ha lasciato poco. L’ha scritta senza aver visto il film di Mankiewicz», mi dice Caine. E aggiunge: «Branagh mi ha dato vari libri sulla gelosia da studiare. Dunque ho reso il mio personaggio non come il cornuto risentito, ma come un malato, pronto a sedurre l’amante della moglie, dopo averlo umiliato, per vendicarsi di lei».

Branagh è presente e annuisce. Dunque il reo è lui. Preoccupato di firmare una pochade senza donne; di passare tutt’al più per un epigono di Jean Anouilh, nelle cui commedie ogni adulterio è seppellito da una risata; memore delle nefaste e vane gelosie shakespeariane, Branagh ha così reso il suo Sleuth un toboga d’emozioni ben più di quanto lo fosse lo Sleuth di Mankiewicz. Il pubblico che, per cogliere le emozioni, ha bisogno che le preceda una sorta di cartello, sarà soddisfatto; quello che ha una sensibilità farà bene a uscire alla prima morte del pesonaggio di Law.

Ma lasciamo parlare Branagh perché si discolpi. «La mia non è una sfida a Mankiewicz. È un gioco di ruolo! Il primo Sleuth è un classico: solleva questioni primordiali, come la lotta di due uomini per il possesso di una donna».

Lo sostiene prontamente Law, mettendola sull’amichevole colleganza: «È stata una bella esperienza lavorare insieme. Ho ripreso il ruolo di Caine nel primo Sleuth; fra quarant’anni farò nuovamente un ruolo già di Caine: proprio quello nel secondo Sleuth!».

Impassibile, sorriso leonardesco, Caine è abbastanza acuto nel percepire il ridicolo in agguato che smorza subito l’enfasi di Law e, salutandolo con la mano dall’alto, mormora languido: «Da Lassù baderò sempre io a lui!».

Branagh segue trasognato l’idillio. Il quadretto dell’Altro mondo non l’induce ad associarsi, segno che è distante ma lucido, sebbene inconsapevole che, a queste latitudini, un Caine che dialoga con un Law, come se fosse sulle nubi con lui, evoca un ossessivo spot di torrefazione. Del resto Branagh non mescola una tazzina di caffè fra gli angeli: seduto su un divano dell’Hotel des Bains, scruta il fondo di un bicchiere e l’aria di chi ha molto vissuto dissimula l’attesa di riempirne un altro.