Jules Michelet, confessioni amorose di uno spirito libero

Ripubblicate le lettere d’amore fra lo storico francese e la giovane Athénaïs Mialaret: è il ritratto di due personalità (e un mondo) in tumulto

«Vi seguirò nella libertà o nella fatalità. Non parlatemi più della differenza d’anni ch’è tra noi. Coloro che non possono più morire restano giovani eternamente: il tempo è per essi senza misura»: così scrive nel dicembre 1848 la ventiduenne Athénaïs Mialaret al cinquantenne Jules Michelet, il grande studioso della storia di Francia. Fu, il loro, un amore appassionato e puro, il cui fiorire è documentato dal loro carteggio ora ripubblicato da Sellerio (Jules Michelet-Athénaïs Mialaret, Lettere d’amore, pagg. 268, euro 10; a cura di Lionello Sozzi, con traduzioni del medesimo e di Mercede Mundula) che riprende una vecchia ma ancor valida traduzione (anzi, di particolare fascino la lingua classicamente rétro della Mundula), uscita nel 1927 dall’editore Formiggini. Alle lettere lì presentate, il Sozzi ne aggiunge altre, non note allora, e cioè le prime, tra il 23 ottobre 1847 e il 16 ottobre 1848 (tutto il carteggio si colloca tra l’ottobre 1847 e il 12 marzo 1849, vigilia del giorno delle nozze), e qualcuna recuperata dal curatore in Francia delle Œuvres complètes, Paul Viallaneix (Flammarion, 1971). La mole di queste ultime spaura: venti volumi (erano quaranta nella prima edizione, 1893-98, curata appunto dalla vedova), più i quattro del Journal e i venti della Correspondance, edizione tuttora in corso presso Champion.
Ci si chiede in primo luogo come possa un simile personaggio trovare tempo - il tempo interiore soprattutto - per l’amore (peraltro con Athénaïs è al secondo matrimonio). Ma Michelet si innamora nel solo modo per lui possibile: inglobando la giovane nel proprio mondo, vivendo il sentimento come uno slancio verso l’alto, trascendente il destino dell’uomo, ovvero pienamente partecipe del suo glorioso cammino dalle tenebre alla luce: «Voi entrerete tutta intiera nella mia vita e nella mia opera». Per Athénaïs, Jules nutre la passione immensa che ha per la Storia, per la ricerca del suo significato più profondo, che coincide poi con quello del senso ultimo della vita. E a Athénaïs chiede di abbracciare, con lui, «il tuo iniziatore e la povera umanità sofferente di cui imparerai a conoscere i tristi misteri». Dunque il suo amore è tutto ciò che di più sublime nel senso etimologico del termine possa darsi: «Qualsiasi cosa possiate dire o fare, resterete sempre su di un altare». Si parla di unione d’anime, di «innalzarci al di sopra di noi stessi», di «mistica passione». Viene da riflettere su quanto in realtà Michelet veda la sua donna, e non piuttosto sovrapponga al suo volto quello ideale della libertà e del diritto, il volto imperturbato e perfetto di un mondo finalmente giusto e pacificato.
Dal canto suo, però, la Mialaret pare donnina che mal soffra simili operazioni tipiche di maturi pigmalioni: sovente nel carteggio affiora una sua “severità”, o insomma certe bizze di cui poco ci è concesso sapere, a causa della successiva manipolazione delle lettere da lei eseguita: è sicuro che la volenterosa Athénaïs («non ho altro che un’immensa buona volontà da offrirvi»), la quale sopravvisse al celebre marito per 25 anni - morì nel 1899 - soppresse molte lettere, molte mutò nel tono ed emendò, altre ne scrisse ad hoc, sulla base, disse, dei suoi ricordi.
Il carteggio resta comunque un’opera di grande interesse: al di là della storia privata ch’esso ricompone per noi, vi ritroviamo la grande Storia in sottofondo, i tumulti del 1848 in Francia e a Vienna (dove dapprima la Mialaret vive, istitutrice dei figli di una principessa), le sanguinose repressioni dei moti studenteschi, i funesti presagi di una stretta reazionaria («Il periodo brutale e selvaggio a cui andiamo incontro è ostile ai pensatori») - e di fatto Michelet venne a un certo punto sollevato da tutti gli incarichi, al Collège de France e agli Archives Nationales, per le sue idee liberali. E ritroviamo la Parigi, «città unica, espressa da una parola sola: città dell’anima», della Montaigne Sainte-Géneviève e di Montmartre in lontananza, del quartiere attorno al Panthéon, dove lui abitava, le passeggiate alle Tuileries e sul Lungosenna, la Place Vendôme illuminata, dove la folla aspetta Luigi Napoleone. «Cupi presentimenti», commenta seccamente Michelet.