Juliette Gréco: il jazz è stato il film di tutta la mia vita

Antonio Lodetti

da Milano

Per tutti è ancora il simbolo dell’esistenzialismo, «un bel pesce magro e nero» come la definì François Mauriac, che nuota nella trasgressiva Parigi postbellica di Saint Germain al fianco di Jean Paul Sartre, Simone De Beauvoir, Albert Camus, del maledetto scrittore-trombettista Boris Vian, mischiando il sacro e il profano tra jazz, filosofia e fiumi di alcol. Quei tempi irripetibili di euforie e depressioni se ne sono andati ma lei, Juliette Gréco, è ancora la sacerdotessa di una Francia colta e sanguigna, e soprattutto una grande cantante dalla voce intensa, ricca di suoni armonici e di sensualità mai troppo esibita. La sua storia inizia nella Parigi soffocata dalla Gestapo - quando s’aggira guardinga in mezzo ai clochard - con un passato da dimenticare sognando un futuro d’artista e arriva fino ad oggi, con il cd Aimez vous les uns les autres ou bien disparaissez (su testi di Serge Gainsbourg e Louis Aragon) e con il rito dei suoi concerti in cui convivono grazia e asprezza, realismo e teatralità. Stasera la vedremo in un recital al Punto Verde dei Giardini reali di Torino e domani sera a Padova, prima della partenza per il Montreux Jazz Festival (il 10 luglio).
Madame Gréco, un mito sempre sulla scena.
«Non sono un mito, per carità, credo solo in ciò che faccio. Per me la canzone è un atto di protesta e d’amore al tempo stesso. E io non potrei mai smettere di ribellarmi contro le ingiustizie né stancarmi di fare l’amore».
Non smentisce il suo fascino di femme fatale.
«Come diceva Camus, il fascino è farsi dire di sì senza fare domande precise. Gli uomini che ho conosciuto erano intellettuali, geniali, pazzi e sensibili al tempo stesso, a cominciare da Maurice Merleau-Ponty. Lo incontrai mentre raccontavo poesie nei caffè e fu lui a presentarmi a Sartre, un uomo con un fantastico senso dell’humor; qualcuno pensa che l’esistenzialismo sia stato un movimento triste e cupo; invece quanto divertimento, ma mai fine a se stesso».
Come nacque il movimento?
«Dalla voglia di libertà. Parigi si liberava dai tedeschi con un grande fermento creativo. La guerra mi traumatizzò; quando arrivai a Saint Germain non riuscivo neppure a parlare. Boris Vian mi aiutò a rinascere. La sera, all’imbrunire, nella sua casa di Montmartre, mi curava con la letteratura e con il jazz».
Il jazz è importante per lei.
«Insieme alle canzoni di Ferrè, Trenet, Brassens, Brel, è la colonna sonora della mia vita, ha segnato l’incontro della nostra cultura con quella americana. Che emozione quando conobbi Duke Ellington e Miles Davis. Mi innamorai di Davis perché era affascinante e di una sensibilità unica. Aveva un suono tragico e soave al tempo stesso. Se mi chiedono cos’è la musica classica rispondo: Miles».
Oggi il mondo è molto cambiato. Cosa rimane dei valori dell’esistenzialismo?
«Il mondo è molto più freddo. È sempre più difficile incontrarsi, scambiare emozioni, perfino parlarsi. Manca quella comunicazione spontanea, quel sentimento comune in cui ci si trovava tutti, con un continuo scambio di ruoli e di idee, quando persino Sartre scriveva canzoni per me».
Ovvero il rock ha preso il posto dell’esistenzialismo.
«Sì, perché il mondo subisce l’influenza della cultura americana. Forse io non amo le canzoni rock, ma amo lo spirito del rock, di questi ragazzi che attraverso la musica raccontano ciò che vogliono e i loro sogni. Cerchiamo tutti un mondo migliore e in questo senso facciamo parte della stessa famiglia».
Ieri c’è stato un concerto storico come Live 8.
«È un evento fantastico. Qui sta la forza del rock. Mettere in atto quello che ho sempre fatto nel mio piccolo. Il messaggio delle mie canzoni è: salviamo il mondo con l’amore. Questo è lo spirito dei miei concerti, mescolando il vecchio e il nuovo».
Progetti?
«A settembre andrò a New York per incidere un nuovo cd con alcuni brani inediti e altri vecchi brani che non hanno avuto il successo che meritavano».