Jungersen, il terrore corre sul video del computer

«L’eccezione»: quattro donne contro un criminale

Bello incappare in un thriller non scontato. Dove poi succede abbastanza poco e i personaggi sono figure ordinarie, ma la bravura meticolosa dell’autore tiene inchiodati e fa correre fino alle ultimissime pagine, chiedendosi insieme a lui: quanto è innato il male nell’uomo? Christian Jungersen fa della crudeltà il tema dominante de L’eccezione (Mondadori, pagg. 643, euro 19,50), romanzo geniale e insolito che arriva dalla Danimarca, dove è meritatamente rimasto in testa alle classifiche dei libri più venduti per oltre un anno.
Quattro impiegate condividono gli spazi del Centro di documentazione sul Genocidio di Copenaghen (la cui attività nel Paese viene svolta realmente da un organismo di nome diverso). Le due ricercatrici e grandi amiche Iben e Malene, la bibliotecaria Anne-Lise e la segretaria Camilla studiano i genocidi e le atrocità di massa del XX secolo. Iben sta preparando un lungo articolo sulla psicologia del male, documentandolo con studi ed esperimenti sulla predisposizione dell’uomo a conformarsi alla crudeltà del gruppo. La paura si presenta nelle vite delle due impiegate più giovani dagli schermi dei loro computer, con anonimi messaggi di morte che all’inizio fanno pensare alla vendetta di un criminale di guerra serbo di cui si sono occupate. Tuttavia subito dopo le ragazze iniziano a ipotizzare che le minacce vengano da vicino, e dirigono i sospetti sulla tormentata collega Anne-Elise, scatenandole contro una vera guerra; più avanti lei si coalizzerà con loro contro Camilla, della quale si è scoperto un segreto; e così a seguire, in una girandola di sospetti e vendette.
Il racconto si concentra su una delle donne alla volta, ruotando la prospettiva sul mistero che le inquieta. Fino a che l’ufficio si trasforma in una palestra di incontrollabile cattiveria fisica e psicologica, secondo le peggiori dinamiche dei gruppi sociali, per cui le persone non hanno alcuna possibilità di sottrarsi al gioco al massacro cui ciascuno sta contribuendo. Il romanzo diventa un impietoso trattato di politica e psicologia di gruppo, rendendo difficile per chi legge venire a capo della verità, tanto deviate sono le percezioni di tutti, e al tempo stesso lucidi e conseguenziali i loro comportamenti malvagi. Con l’ironia sottile di una progressione del male proprio in un luogo deputato a comprendere e prevenire la malvagità. Non a caso Jungersen distilla indizi, parlando di Disturbo dissociativo d’identità e di rimozione del male fatto o subito. Sceglie una prosa asciutta, non partecipativa, dove non c’è spazio né interesse per concessioni allo stile. Rivela un’abilità singolare di scavare la psiche e costruire tensione, dando un’ottima prova del perché continuiamo a subire il fascino di spy story e thriller scandinavi.