"Juno" è un film non un manifesto ideologico

Un film nasce per far soldi. Talora serve anche a far politica, che a sua volta può rendere più soldi al film. È il caso di Juno di Jason Reitman, presentato al Festival di Toronto in settembre e alla Festa di Roma in ottobre e qui anche premiato, con polemiche che ora si sono riaccese, più violente e meno giustificate.
Juno - che sta per Giunone, la Dea Madre, a conferma che nulla è casuale anche nelle scelte onomastiche - racconta di una sedicenne incinta, che vuol abortire, ma poi si convince a cedere il bambino; infine lo terrà per sé. Oltreoceano i soldi - oltre 120 milioni di dollari incassati contro 6 spesi - sono arrivati. La politica è spuntata solo in Italia e la distribuzione commerciale l'ha sfruttata. Si spiega anche così che, nelle sale, Juno esca non a ridosso del premio romano o dell'Oscar per la sceneggiatura ricevuto due settimane fa, ma il 4 aprile, sotto elezioni, quando altrove in Europa circola da febbraio.
Si noti: i film escono ormai quasi contemporaneamente ovunque, per limitare la pirateria. L'eccezione italiana è dunque vantaggiosa solo per la pubblicità gratuita che sta accompagnando Juno. Per ora il calcolo si è rivelato esatto: Giuliano Ferrara cavalca Juno - come cavalcò Porzus, come cavalcò Borat - e crea il caso; Natalia Aspesi perde l'occasione per tacere e ripete, sul fronte opposto, l'errore commesso dal portavoce della Cei con Caos calmo. Morale: un mese fa l'Italia s'interrogava su una presunta sodomia cinematografica, inquieta se fosse vera o falsa; ora s'interroga su un aborto (mancato). Normalmente basso, il movimento delle idee in Italia punta ormai sottoterra.
Torniamo per un attimo in superficie. Juno è una piccola produzione hollywoodiana e Hollywood risente degli umori di Washington. La frattura fra gli studios e la Casa Bianca in politica estera non si ripete per le tematiche sociali, anche perché il retour à l'ordre morale era già auspicato dai film di epoca Clinton, per esempio American Beauty. Questa grossa produzione e Juno constatano la secolarizzazione diffusa; ne condannano solo gli effetti peggiori e propongono di arginarli. Lo spettatore favorevole alla libertà sessuale, all'aborto ecc. non si sente esecrato, anzi. Non gli vengono opposti valori alternativi a quelli edonistici. Però, nell'ultima parte, questi film gli suggeriscono, drammaticamente o comicamente, che - salvi restando i dogmi laici - si può scegliere altrimenti.
Si spiega così che Ferrara enfatizzi Juno per un verso e la Aspesi lo enfatizzi per un altro, senza aver torto e senza aver ragione. Nel loro immane duello, vincerà... la cassiera, che fra un mese - a stagione declinante - vedrà forse arrivare spettatori inattesi, quelli che non hanno confortato un precedente film su (contro) l'aborto che pure aveva avuto la palma d'oro al Festival di Cannes: 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu. Per stampa e spettatori italiani un feto romeno conta meno di un feto statunitense? Certo, anche se è amaro ammetterlo.
Qui però si potrebbe riflettere più utilmente sul fatto che film coronati nei maggiori festival europei del 2007 abbiano descritto criticamente l'aborto, eppure giurie di sicura prevalenza abortista li hanno premiati. In effetti non sono film a tesi: fanno riflettere senza annoiare (Juno fa perfino ridere). Lasciano sommessamente che lo spettatore tragga le conseguenze. Solo che, se abortire non è mostrato come atto di liberazione della donna, si configura come morte precoce del figlio.
Nessun personaggio di 4 mesi e di Juno ha una religione, proprio come non l'ha la maggior parte degli eventuali spettatori. Nessun personaggio prende posizione pro o contro l'aborto, come invece fanno Ferrara e la Aspesi. Nessun personaggio ha una dimensione che vada oltre quella terra-terra dominante. Insomma, lo spirito nichilistico del '68 è dato per acquisito e nello stesso tempo riesaminato da questi piccoli film, dai quali potrebbero nascere grandi revisioni. Ma chi le auspica sia cauto: il voto incombe, ma certi ripensamenti esigono tempo.