«IN JUSTICE», BUONISMO SENZA FASCINO

«Ogni processo termina con un verdetto, non sempre un verdetto riflette la verità». Ogni puntata di In Justice (domenica su Fox Crime, ore 21) inizia con queste parole pronunciate da una voce fuori campo, che ci introduce subito nella «mission» di questa nuova serie (chi volesse adeguarsi alle definizioni americaneggianti può chiamarla «legal drama» e non sbaglierà): scovare le prove a favore di un condannato a una pena non meritata, a un detenuto che sta scontando anni di carcere per una condanna ingiusta, da ribaltare con nuovi elementi a suo sostegno. Presentata come «serie originale», in realtà lo è fino a un certo punto perché in fondo, senza tirarsela tanto, lo stesso Perry Mason di antica memoria si prodigava con frequente costanza per trovare prove decisive a favore dei propri assistiti ed evitare loro una brutta fine. Qui però è fatto tutto in grande, traendo oltretutto spunto dalla realtà del sistema giuridico americano che da anni ha istituito l'«Innocence Project», insieme di associazioni senza fini di lucro che combatte contro gli errori giudiziari e che dal 1992 ha già fatto scarcerare 180 innocenti. Che si siano volute fare le cose in grande lo testimonia anche il cast, in cui spiccano David Swain (Kyle MacLachlan) già visto in Twin Peaks, Sex and the City, Desperate Housewives, e Charles Conti (Jason O'Mara) tra i protagonisti di Band of Brothers e CSI Miami. Le ambizioni sono chiare: presentarsi come una valida alternativa alle serie che si prefiggono di incastrare i colpevoli, mostrando l'altra faccia della medaglia, una squadra di investigatori altrettanto determinati nel compito opposto di far emergere una verità «a discolpa». L'esito non è comunque all'altezza delle ambizioni, soprattutto sul versante della tensione narrativa che qui difetta o comunque non è particolarmente coinvolgente. Colpa, forse, non tanto della sceneggiatura che fa quello che può ma del punto di partenza narrativo, cioè del soggetto: se è vero che il bene «non fa notizia» quanto il male, qui si avverte la debolezza dell'assunto pieno di buone intenzioni, e si scopre che far scarcerare un detenuto incolpevole vale in termini di pathos assai meno che inchiodare alle sue colpe e schiaffare in galera il colpevole di efferati delitti. Il lieto fine è assicurato in entrambi i casi, ma il modo di arrivarci contiene una chimica diversa: nello sguardo stesso dei detective che braccano la loro preda scorre un'adrenalina sconosciuta agli investigatori del National Justice Project. Definirli «buonisti» sarebbe forse troppo, ma nemmeno un telefilm può comunque sfuggire a quella cinica regola di vita per cui prodursi in «buone azioni» ti farà forse guadagnare il paradiso ma anche perdere un bel po' di fascino.