Juve, Amauri non basta. Zenga è cuore nerazzurro

Per il brasiliano una rete e una traversa. I bianconeri pagano le assenze, Plasmati regala il pari al Catania

Torino - Ci sono anche le mani di Walter Zenga nella sfida Inter-Juve. Tanto aveva fatto per non perdere contro l’Inter, tanto gli è riuscito contro la Juve bis (mancavano troppi titolari) di ieri sera. Adesso il suo cuore nerazzurro è in pace con se stesso, mentre la squadra di Ranieri prende e incassa un pareggio che brucia sulla pelle e sulla faccia della classifica. Pareggio subìto più che imposto dalla partita: vero che la Juve ha giocato un brutto calcio per almeno un tempo, ma poi ha scontato l’unico errore della difesa e lo sguardo storto della sua luna, avendo fallito più di una occasione da gol. E, ancora una volta, il Catania è stato bestia nera: due pareggi l’anno scorso (sempre 1-1), stesso ritornello quest’anno.

Ma, al di là del risultato, questa «Juve 2» può bastare solo per il Catania e poche altre. Replicarla spesso potrebbe essere operazione da incoscienti. Questa squadra è legata alla presenza di Camoranesi, Nedved e fors’anche Sissoko come all’aria che respira. Troppo evidente la differenza con le seconde linee: quei tre sono oro calcistico, gli altri non vanno al di là del piombo. Ranieri, dimenticando la ragion di società (prima firma, poi gioca), ha infilato in squadra anche il moscerino della compagnia. E quello non ha smentito le perplessità: Sebastian Giovinco può essere bellino, calcisticamente esotico, talvolta utile, vedi il caso del cross inviato alla testolona di Amauri per il gol o dell’incursione in area, nel secondo tempo, quando ha calciato sui piedi del portiere, ma con questa Juve c’entra poco. Ha navigato in un oceano, quando dev’essere abituato al laghetto, indefinito nella posizione, peso fisico inesistente, senso del coro ancor meno, fochetta calcistica che vola via al minimo soffio di vento. Ieri sera era scontro da pesi massimi. Fisicamente imponente il Catania, ma senza capacità di trovar spazio e uomini in profondità. Capirete: affidandosi solo a Morimoto... Sostanziosa e saggia la Juve, anche se bruttarella quanto mai nel giocare. C’era in campo il trio primavera vincitore dello scudetto 2006, De Ceglie, Marchisio, Giovinco. Gioventù annacquata, più che bruciata. C’era poco altro cui appigliarsi. Marchionni sulla fascia sembrava un Hulk imbavagliato. Del Piero troppo egoista, ma con spirito guerriero. Amauri serpente d’area che, dopo 15 minuti, ha sfoderato la sua prepotenza andando a pescare di testa la palla crossata da Giovinco. Difesa del Catania imbambolata e arrivederci a sogni di gloria che, nel primo quarto d’ora, s’erano fatti concreti: squadra molto più decisa e anche più pericolosa della Juve, fin a sfiorare il gol. Poi, subita la rete, qualcosa si è rotto. Le mischie di centrocampo sono state all’insegna di duelli di forza più che di tecnica, la Juve non si è seduta ma nemmeno è riuscita a divertire.

Divertire? No, piuttosto ha evitato che la sua gente sonnecchiasse. In verità il tifo juventino ha avuto il suo daffare a inveire contro tutto quanto fosse Inter, alla faccia dei rapporti rasserenati: così Zenga ha pagato la sua fede, sopportando una valanga di insulti, e i vaffa... destinati alla rivale sono stati il leit motiv della partita. Anche se la rete di Plasmati, che ha pescato i due centrali juventini in dolce sonnecchiare, ha riportato tutti alla realtà. Ed ha risvegliato la Juve e la partita: doppia traversa bianconera (Del Piero e Amauri), qualche numero di Giovinco, le cariche di Amauri, un briciolo di fortuna della difesa del Catania, sono stati fuochi d’artificio, ma il lento tam tam che ha scandito la prima vera toppata della stagione juventina.