La Juve incanta Firenze ma si dimentica Gilardino

Nedved sigla il vantaggio, ma i bianconeri finiscono in affanno: Mellberg si dimentica l’ex rossonero e lui cancella l’ultima deludente stagione con una girata spettacolare

nostro inviato a Firenze
Gesù Bambino a Firenze fa rima con Gilardino. Nel giorno in cui il Milan piange, lui se la ride. Dite un po’ se il calcio non è un mistero glorioso o inglorioso. Gila segna come avrebbe dovuto a Milano, resuscita dopo una partita ancien régime, proprio quando la Juve stava già facendo i conti di classifica. Firenze si candida nella parte del monello, la Juve abbandona il ruolo della primadonna fino alla prossima puntata. Squadra solida, che mira al sodo e forse al campionato, è mancata nel killer instinct: Nedved ha colpito, Del Piero e Amauri hanno mancato il raddoppio del ko. La Fiorentina è andata sotto, ha bevuto un po’, ma non ha mai perso la linea di galleggiamento. E poi ha morso la mela d’oro. Partita che ha detto qualcosa: Firenze farà male a tanti, la Juve farà star male tanti. I gol di Nedved e Gilardino candidano forse due protagonisti di questa stagione: il grande vecchio e il grande incompreso. Sfogliamo il romanzo, magari ci divertiremo.
In tribuna prove di pacifismo ostentato: Cobolli Gigli e Della Valle guardano la partita quasi a braccetto, John Elkann fa parte della compagnia. E così la partita delle discordie ha cercato di infilarsi nell’album dei buoni ricordi. Partita subito rude condita da dinamismo, tonicità, voglia di giocare mostrando i muscoli. Spettacolare a modo suo, anche se ci sarebbe voluto un pizzico in più di buona arte pallonara: sconosciuta a tanta compagnia. Però sfida onesta nel mostrare l’essenza delle due squadre. Juve che sta inseguendo il cinismo che la rese grande in altri tempi. Trovato il suo Hulk (Poulsen), ci vorrebbe qualche prestigiatore in più, un po’ di magia calcistica, meno nerboruti al comando. Centrocampo un po’ zoppo nella gracilità globale di Marchisio, i grandi vecchi a corrente alternata e con poca birra in corpo. Del Piero, dopo dieci minuti della ripresa, si è impiantato. Camoranesi è partito lento per poi aumentare i giri del motore. Nedved è stato spettacolare negli inserimenti e nell’acchiappar l’attimo fuggente del gol: Grygera che sfugge a Kroldrup e sfrutta un rimpallo, palla in mezzo area, una sorta di deserto davanti a Frey, e il vecchiaccio pronto a lasciar con due palmi di naso Zauri, mai attento nella sua marcatura. In tutto questo i difetti di certa Juve dell’anno passato sono riemersi: terzini da retrocessione, nel centrocampo manca qualità. In attacco senza Trezeguet, Del Piero s’è mangiato un’occasione, Amauri ha fatto e soprattutto disfatto. Ma tanto è bastato per giocare un tempo da quasi Signora e un altro nell’affanno di chi ha la benzina limitata.
Tanto è bastato per tener la Fiorentina al guinzaglio per quasi tutta la partita. Giovane e brillante, generosa e ingenua, la gente di Prandelli ha faticato a trovare il tiro in porta. E quando l’ha trovato, ha pescato il pari inseguito con bella costanza ma altrettanta inconsistenza. Come in tutte le favolette che si rispettino ci voleva il colpo di scena. E chi poteva proporlo, se non quel Gilardino pallido e improponibile, carta velina per tutta la partita, quello del peggior Milan tanto per intendersi? Il pallone ogni tanto si diverte a rivalutare i suoi eroi (o quasi) ed anche stavolta non ha fatto mancare la chicca. Gilardino ha trovato l’elisir di nuova vita quando la Juve stava assaporando palato dolce: l’imbarazzato Mellberg ha lasciato lo spiraglio, Buffon ha avuto poco occhio e Gila ha pescato l’unico angolino possibile, girandosi e tirando a occhi chiusi. Dimostrazione che la dea è bendata. E il pallone è un indisponente monello.