«Juve-Milan? È una sola Quella di Manchester...»

Si dice sempre che le partite sono tutte uguali, che i punti sono tutti uguali. Però forse, a questo punto, Juve-Milan può cominciare a dirci qualcosa?
«Che non tutte le partite sono uguali. Oltretutto l’incontro è in un momento della stagione altrettanto particolare, con tutte e due le squadre alla rincorsa dell’Inter. Vogliamo partecipare da protagonisti e quindi faremo di tutto per essere protagonisti: questi tre punti valgono molto anche se non penso siano decisivi per l’esito della stagione. Ma vale molto per il morale».
Affronta Juve-Milan senza Gattuso, ma il suo umore non sembra molto depresso rispetto al loro. Incoscienza o estrema fiducia nei suoi?
«Penso che per tutti il fatto di essere senza Gattuso per sei mesi può rappresentare una sfida importante, è un po’ quello che è successo quando è venuto a mancare Pirlo in un momento delicato della stagione e la squadra sopperì tantissimo con grande sacrificio questa disavventura. Penso che lo stesso possiamo fare in questa circostanza anche se Gattuso per certi versi è veramente un giocatore difficilmente sostituibile».
Unico...
«Sì, unico per dinamismo sul campo, per carica agonistica anche fuori dal campo, ha acquisito qualità da leader e per questo la mancanza è ancora più sentita, credo. Penso che dobbiamo essere tutti più bravi a fare qualcosa di più».
Stanotte ci ha pensato? Come sarà adesso il Milan? Non è una faccenda di una settimana o un mese... Cambierete qualcosa?
«No, manterremo sempre lo stesso sistema di gioco. Perché ci sono dei giocatori che lo possono sostituire».
Alla luce dell’assenza di Gattuso, diventa importante l’arrivo di Beckham che era considerato quasi un’operazione commerciale.
«Si potrebbe dire che siamo stati lungimiranti... Beckham si è offerto per una questione di preparazione e poi anche noi siamo stati ben contenti di accettarlo perché pensiamo che da un punto di vista tecnico ci possa aiutare. A maggior ragione oggi che abbiamo in meno un giocatore importante come Gattuso. Abbiamo un centrocampo di giocatori molti duttili, Flamini può giocare in tutti e tre i ruoli, Ambrosini altrettanto e Beckham credo altrettanto. Questo può rappresentare un vantaggio, anche se è solo per due mesi, perché Beckham ai primi di marzo ritornerà in America».
Ma come fa uno a giocare 80 minuti con un legamento rotto?
«Lo devono spiegare anche a me, perché anch’io mi sono rotto il ginocchio tre volte...».
E non si è mai alzato...
«No, se non c’era la barella. Ho parlato con Gattuso e lui mi chiedeva: “A te cosa è successo?”. Io, quando mi sono rotto, sono crollato giù e non mi sono più rialzato. Lui ha già avuto una lesione parziale del crociato con cicatrici su quel ginocchio lì, un incidente avuto con la nazionale in Bulgaria. Ma aveva recuperato bene. Gattuso ha delle masse muscolari che sono impressionanti. E la massa muscolare è una grande protezione per il ginocchio, lo ha sorretto».
Sorreggerlo può essere, ma farlo correre per 86 minuti...
«Rino alla fine del primo tempo sentiva un po’ di fastidio ma... D’altra parte nell’intervallo col Catania sembrava di essere in un campo di battaglia. Maldini era uscito perché aveva preso un colpo sul ginocchio e gli era uscito subito un ematoma molto vistoso, Emerson era steso per il mal di schiena, Rino che stava così, Jankulovski aveva un altro guaio. Negli spogliatoi abbiamo cinque lettini: erano tutti occupati e c’era gente che stava aspettando in coda...».
Comunque Gattuso ha detto che torna per vincere la coppa Uefa.
«L’obiettivo è portarlo alla finale, ma non so se farà in tempo... Se fosse per lui... Il problema è che bisogna tenerlo calmo, perché lui apre e chiude Milanello... I tempi biologici parlano di sei mesi: il rischio è che il tendine rotuleo possa infiammarsi, come è successo a Totti. Quindi bisogna andare cauti. Certo, rispetto ai miei tempi non c’è paragone. Allora era un vero calvario: 45 giorni di gesso, poi 30 giorni ancora con una fasciatura rigida, altri 30 giorni ancora di stampelle, in totale 100 giorni in cui non potevi appoggiare il piede per terra. Quando toglievi il gesso avevi una gamba magra così e un ginocchio grosso così. E da lì si ricominciava... Poi c’era il problema delle aderenze: mi ricordo che andavo a letto con la gamba stesa e alla mattina mi svegliavo con la gamba piegata. E mi hanno fatto un altro intervento...».
Torniamo a Juve-Milan. Se domenica per caso dovesse andare male per voi, la aspetterebbe più un lavoro psicologico o un lavoro tecnico-tattico?
«Dipende dal modo in cui le partite vanno male, come dal modo in cui vanno bene. La valutazione non può essere fatta solo su un risultato: ci possono essere sconfitte che ti danno anche slancio, ti danno forza, ti danno una lezione, ti danno morale. Come altrettanto ci sono le vittorie che invece ti esaltano un po’ troppo. La prestazione di una squadra deve essere valutata in maniera molto obiettiva».
Ma c’è qualche Juve-Milan che vive ancora come un incubo?
«No, di Juve-Milan ce n’è una sola... (la finale di coppa Campioni a Manchester, ndr). Tutte le altre non contano».
Ronaldinho è una sorpresa?
«Sì. Dal punto di vista caratteriale, sicuramente una sorpresa. Ragazzo molto timido, molto riservato».
Non negli indumenti che indossa...
«No, quelli sono un po’ variopinti...».
Ce lo racconti in campo, perché nessuno si aspettava, lei compreso, che lavorasse così...
«Partiamo dal presupposto che i brasiliani non sono dei lavoratori indefessi... Anche se al Milan ci sono stati, e ci sono ancora, dei giocatori molto seri: Cafu, Kakà, Dida che è un grande lavoratore. Pato è uno mezzo e mezzo. Ronaldhino fa parte di questa categoria, però tutti i lavori che gli sono stati richiesti li ha svolti con molta serietà e molto impegno».
Col pallone, ad esempio, quando si allena a battere le punizioni. Lei in carriera ne ha visti tanti: uno come Ronaldinho è davvero il numero uno a calciare?
«A calciare è molto bravo, però il numero uno non lo so. Per esempio anche Pirlo calcia molto bene le punizioni. Così come Del Piero».
Tra le punizioni di Ronaldinho e quelle di Del Piero che differenza c’è per un portiere?
«Non lo so. Perché non sono mai stato un portiere, non vedo una grossa differenza».
Ma adesso sono diventate un problema per il pallone o perché è migliorata la tecnica?
«È migliorata la tecnica, ma anche i palloni sono più leggeri. Nel calcio è aumentata la corsa, la resistenza, la velocità del gioco, è aumentata la velocità della palla, dei tiri, dei cross. Una volta il tiro era un tiro, era difficile vedere un giocatore che faceva gol con un tiro a giro».
Come quello di Ibrahimovic a Brema...
«Ibra ha fatto un tiro fantastico. Ma pensate anche ai cross. Vent’anni fa chi faceva cross come quelli di oggi? No, è proprio migliorato il gesto tecnico. Il concetto fondamentale è che quando giocavo io stoppavi la palla, pensavi a cosa fare e giocavi. Adesso non lo puoi più fare, adesso devi pensare prima dello stop. Prima era stoppare-pensare-giocare, adesso devi pensare-stoppare-giocare...».
E gli arbitri sono migliorati?
«È aumentata sicuramente la difficoltà anche per loro. Però sono più preparati, sono più professionali. Io so com’è difficile arbitrare: lo faccio sempre nelle partite di allenamento e ci sono sempre discussioni. Ma i miei devono stare attenti: la protesta costa. L’insulto all’arbitro-allenatore costa diciamo 500 euro, quindi...».
Parliamo di modulo: a lei forse non piace l’idea, ma con i giocatori che ha il Milan non sarebbe più logico mettere una punta e alle sue spalle tre giocatori tipo Ronaldinho, Pirlo e Kakà?
«È un’idea a cui abbiamo anche pensato e ci abbiamo anche provato. Secondo me la cosa importante è l’equilibrio della squadra e la sua compattezza. Se non sai come è equilibrata non riesci ad essere competitivo. Allora se tu fai giocare Ronaldinho, Kakà, Seedorf e un attaccante, i due esterni, che possono essere Ronaldinho o Pato o Shevchenko o Seedorf, devono fare un po’ il lavoro che faceva Mancini alla Roma. E questo vorrebbe dire snaturare un po’ le caratteristiche di questi giocatori. Per questo preferisco non cambiare strada».
Una domanda su Mourinho, visto che lei è l’unico in Italia ad averlo battuto. C’è una cosa che incuriosisce: il modo in cui è stato accolto nell’ambiente. Diciamo che voi allenatori siete tutti abbastanza simpatizzanti nei suoi confronti. Ha portato qualcosa di nuovo nel modo di esporre le cose?
«Sicuramente a livello mediatico ha portato qualcosa di nuovo perché è una persona sincera in quello che dice, poi Mourinho a livello di rapporto personale mi sembra una persona schietta. Non è che tra allenatori ci si frequenti, ma tante volte basta stare cinque minuti insieme per capire se uno è schietto oppure no ... E sembra anche che le cose che dice siano sensate. Ha un modo particolare e personale di gestire il gruppo in maniera autorevole. Ha fatto le scelte che ha fatto, le decisioni che ha preso sono state abbastanza forti per le necessità del gruppo. Però credo che fondamentalmente la squadra lo stia seguendo molto bene».
Ma quando vi ha affrontato, era prevedibile che giocasse in quel modo, con quel tipo di formazione... L’impressione è che in quell’occasione abbia quasi tolto un po’ di potenzialità al suo attacco...
«Le partite iniziali le ha fatte sempre con un attaccante veloce e con i due esterni che credo siano frutto dell’esperienza che ha avuto negli anni passati. Poi, quando ha cominciato a conoscere bene i suoi giocatori, ha cercato di mettere la squadra migliore, in base alle caratteristiche della rosa».
Novità mediatica non è un po’ esagerato? Se fosse «Ancelottinho» e arrivasse con la cravatta un po’ slacciata... Sembra che Mourinho ci giochi anche molto, perché mette al riparo la squadra, attirando su di sé tutte le attenzioni...
«Certamente ha un comportamento che tante volte gli serve per scaricare l’attenzione verso di lui. Però tutto sommato a me personalmente questo non disturba. Poi è un personaggio nuovo e tutti sono lì a vedere che cosa fa. Per esempio tutti sono rimasti stupiti quando è andato Baresi a fare la conferenza stampa, ma in Inghilterra è una prassi normale che l’allenatore mandi il vice... è una prassi assolutamente normale».
Non le è sembrato che lui invece sia venuto in Italia un po’ impreparato tatticamente?
«Credo che nelle prime partite Mourinho sia stato un po’ sorpreso da quello che ha trovato nel calcio italiano. Qui c’è un’ottima scuola di tattica perché gli allenatori italiani sono quelli che si applicano di più nello studio delle partite. Forse all’inizio è stato un po’ sorpreso, ma poi si è adattato molto bene perché l’Inter ha giocato ottime partite soprattutto con equilibrio di squadra. Vedi quelle con la Roma e la Lazio».
Chi vincerà la Champions?
«Le candidate sono le squadre inglesi. E il Chelsea è la più pericolosa perché è una squadra fisica, tosta».
Ci spiega questo suo progetto di voler andare ad allenare in Africa? È uno scherzo?
«No, non è uno scherzo».
Ma non pensa che sia un tema pericoloso, nel senso che la gente può pensare che lei sia distratto da questa prospettiva?
«Diciamo che la cosa è nata un po’ così, per gioco. Ma sotto sotto mi piacerebbe farlo».
Perché proprio l’Africa? È invidioso di Veltroni?
«Diciamo che le squadre africane hanno un potenziale elevatissimo...».
Che tanti allenatori hanno provato a sfruttare, ma è sempre stato difficile.
«Sono andati in tanti, ma vorrei provarci anch’io. Mi piacerebbe con la Costa d’Avorio, perché ha dei gran giocatori. Pensate: Drogba, Kalou, Ebouè, Zokora, i fratelli Tourè, quello del Barcellona e quello dell’Arsenal, già hai sei-sette giocatori, trovi un portiere e poi devi adattarli all’alimentazione italiana perché mica penseranno che non si mangi italiano...».
Sui portieri ha una eccellente esperienza, dopo che ha allenato Dida...
«Ma ditemi un portiere del Milan che ha fatto quello che ha fatto Dida. Di positivo ovviamente. A parte gli scherzi: per due o tre stagioni è stato un numero uno al mondo. Era paragonato a Buffon. Solo che Dida ha avuto grossi problemi fisici».
Borriello si è ripreso?
«Da che? Ha chiuso una storia, comunque sono affari suoi».
Ma quando sarà finita la missione di Ancelotti al Milan?
«Quando si romperà il nostro feeling. Bisogna avere il buon senso di dire stop se le cose non funzionano più. Sarà così... Ci saluteremo con affetto e con tanta stima. Non credo che nel momento del divorzio si arriverà a una discussione».
Quando era giocatore raccontava a suo figlio piccolo che Berlusconi era lo zio Silvio che gli permetteva di fargli tutti i regali. È sempre così?
«Berlusconi è sempre il presidente. Una persona che trova la parola giusta al momento giusto. In questi anni c’è sempre stata la sua grande vicinanza nei periodi più difficili. E le sue critiche arrivavano solo quando le cose andavano bene. Il discorso dei due attaccanti... il fatto di tenere la palla negli ultimi minuti. E poi sono stato un po’ crudele: non l’ho mai accontentato quando mi chiedeva di far partire la squadra da lontano sui calci d’angolo...».