La Juventus fa mezza festa tra i fischi, i gol e le lacrime

Le magliette del 29esimo scudetto vendute fuori dallo stadio. Nedved e Ibrahimovic battono il Palermo

(...) festa che non c’è. Tutti a raccontarsi di una gioia che fuori diventerà veleno, cattivi pensieri, rossori, forse vergogna. Tutti a dirsi: abbiamo vinto. Perché fuori della fortezza nessuno te lo dirà.
Stadio pieno quasi quanto mai: 56.488 spettatori di cui 84 ospiti, recita l’appunto della società. Gli ospiti sono quelli che hanno comprato il biglietto da Palermo, anche se in tribuna c’era qualche cuore siciliano in più. Ma stavolta contavano soltanto i cuori Juve e relative facce. La Fiat che stende sulle tribune lo spot di ringraziamento ai suoi ragazzi, i tifosi che parlano soltanto di emozioni. Luciano Moggi e Antonio Giraudo non si sono negati la passeggiata propiziatoria del pre partita e sono stati applausi, cori, incitamenti. Gli insulti erano tutti per Guariniello, in tono con certe telefonate sboccate di Moggi ed amici. C’era da stupirsi? No. Ieri la fortezza era la terra di nessuno dell’Italia del pallone. A metà partita è comparso uno striscione sulla curva Scirea. Diceva: «Luciano siamo tutti con te!!! La triade non si tocca». Una sorta di grazie e forse di addio, un’anticipazione delle parole vaghe ma indicative che John Elkann dirà a fine partita, con altro aplomb ed altro peso. Ma quello striscione, qualcuno penserà non proprio spontaneo (le curve, si sa, sono sensibili alle sponsorizzazioni), era anche un inconsapevole atto di onestà tifosa: i sistemi di Luciano Moggi erano sussurrati, non documentati, ma nessuno se n’è scandalizzato quando sono arrivate le vittorie. Il mondo bianconero ne ha goduto. E non solo. Dunque, perché fingere? Nella fortezza di questo 7 maggio lo stile Juventus si è confuso con il cuore Juventus.
La gente juventina aveva voglia di godersi la festa. Come se niente fosse. E così è stato. Palloncini per aria prima della partita, giocatori sotto alla curva quando è finita: d’accordo, molti di loro ci sono andati con lo spirito di un operaio costretto a tirar di lima, ma evidentemente pesano le tasche più che le gambe. Buffon si è concesso un giro in solitario. Chissà un segnale? In tribuna facce tirate, Moggi ha faticato a gioire anche per i gol. Giraudo aveva la maschera. Bettega la lacrima facile. Facce triturate dai dubbi più che dal rossore. Poi tutti a casa tra silenzi e pensieri. Scortati dalle intercettazioni che hanno svelato il gioco delle parti e dall’idea che anche questo scudetto sta per essere riposto nella bacheca della casa madre. Tutti diranno: fu vera gloria? Ma fra 20-30 anni, un’eternità, nessuno avrà risposta certa. Si è partiti con lo scandalo del doping, si va a conclusione tra una intercettazione e l’altra. Il pallone inquina e insabbia, ma non si ferma mai.
Ieri è stata partita, secondo copione. Juve più forte, ma non troppo. Palermo volenteroso, ma senza la buona stella. Difficile che stavolta qualcuno si affanni dietro agli errori dell’arbitro. Anche se Papadopulo si è lamentato per un fallo di Ibrahimovic sulla prima rete. A modo suo, De Santis ha cercato di partecipare alla festa evitando subito di dichiarar rigore un fallo di Cannavaro su Godeas in area. Poi ci ha pensato la squadra: Nedved e Camoranesi hanno trascinato la compagnia. Insieme con Ibrahimovic, hanno confezionato la prima rete, chiusa con uno sparo del ceko da fuori area. Ma nulla è stato tranquillizzante fino al raddoppio di Ibra nella ripresa, pescato da un bel lancio di Camoranesi. Finalmente gol, non arrivava dal 18 febbraio. E tutto lo stadio a godersela, e lui a far il gesto della mano all’orecchio per ascoltare applausi e non più mugugni. Zuccherino per la festa che stava per prendere dimensione di trionfo soprattutto quando qualcuno ha capito male. Ovvero che il Parma aveva pareggiato. Tutto lo stadio s’è preparato al boato, se il tabellone non avesse cambiato la prospettiva: il gol era di Seedorf. Momento di umorismo involontario, ma dimostrazione che non c’è scandalo capace di inquinare il cuore tifoso. Ed allora la sofferenza bianconera s’è trascinata, perché il Palermo ha davvero giocato fino all’ultimo.
E, anzi, il pallone poteva divertirsi ancora, se allo splendido gol di Godeas, sinistro ciclonico dopo 17 minuti della ripresa, fosse seguito un gol di Makinwa: il nigeriano ha avuto l’occasione che poteva gelare la fortezza, ma ha calciato fuori dimostrando di non essere un uomo del destino. Poi tutti a casa. La fortezza ha chiuso. Ieri il Delle Alpi ha messo il catenaccio. Fine di un’epoca e di una certa Juve.