Dal K2 al Campidoglio, la scalata più difficile del "monaco del Polo"

Fedele ai suoi valori, anche quando era al governo professava l’austerità della classe dirigente. Da ministro dell’Agricoltura si laureò in ingegneria studiando la notte

Roma - «Vorrei fossimo i monaci del Polo...» confessò, candido, dopo la prima vittoria berlusconiana, facendo ingresso alla Camera nel ’94. Ora c’è chi lo osanna al punto di volerne fare l’ottavo re di Roma. Ma Gianni Alemanno, pugliese nato a Bari da famiglia messapica di Lecce, 50 anni, sposato, un figlio (Manfredi), si fa rosso in volto e respinge fermissimo l’auspicio al mittente.

«La classe dirigente dev’essere austera. Il lusso fa perdere la concentrazione» confidò anni fa del resto a chi gli prefigurava un destino tra veline e Mercedes, nell’empireo del centrodestra creato da Berlusconi, Fini e Casini con l’aggiunta di Bossi. È uno serioso e austero, un tipino da prender con le molle l’Alemanno: testardo fin dagli inizi e ligio ai “suoi” valori. Non ha mai nascosto le condanne penali per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata dell’Urss (’82), o per aver contestato la visita di Bush padre al cimitero militare americano di Nettuno (’89) in nome delle vittime della Rsi, mai omaggiate da nessuno. Ma non voleva invece assolutamente far sapere alla gente che, da ministro dell’Agricoltura, passava la notte sui libri a studiare per arrivare alla laurea in Ingegneria ambientale (che ha ottenuto a Perugia qualche anno fa) come fosse una colpa il non aver chiuso la tesi ed esser chiamato Dottore, come il Cavaliere voleva per tutti i suoi ministri.

Dai campi Hobbit al Campidoglio: scalata durissima. Riuscita forse anche per via dei tanti chiodi e corde piantate su un bel numero di montagne italiane e straniere, a cominciare da quel K2 che nel 2004 scalò da capo spedizione nel cinquantenario della conquista italiana alla seconda vetta del mondo. Ne fosse stato protagonista un esponente del centrosinistra, avrebbero organizzato forse una “notte bianca” o quantomeno avrebbero posto il suo ritratto al balcone del Campidoglio o sul Colosseo. Lui fece tutto in imbarazzato silenzio. Soddisfatto più della riuscita della missione che della diffusione della notizia. Non strepita Alemanno, non ha il vocione roboante dell’ex-camerata Storace che affiancò a Fiuggi - perplesso un tantino del passaggio delle acque - cogliendo con lui un modesto 11% nella nuova An con una corrente chiamata “Cantiere Italia”. Non che credesse nell’eternità dei labari o nella cacciata alle ortiche del fascio littorio, ma lo infastidiva un po’ quella forzata aggregazione con i padani (nel ’91 andò fino a Catania proprio per contestare Bossi ad un comizio) e lo lasciava perplesso l’alleanza coi doppi petti berlusconiani. Che fiamme potevano bruciare mai nei cuori degli eletti di Forza Italia se non si era mai fatta una “vera” gavetta politica e sociale? Se non si era stati tra la gente e con la gente?

Meglio, per lui, erano quelli di Comunione e liberazione che a Roma tentò di intercettare fin dagli anni ’80. E non è un caso lo chiamassero “trotzkista di destra” per i suoi spunti sul sociale e per via delle associazoni che creava: il gruppo ambientalista “Fare Verde”, l’Ong per la cooperazione internazionale “Movimento Comunità”, l’associazione di volontariato “Modavi”. Eppure, anche nelle settimane precedenti il ballottaggio, da sinistra, invariabilmente, partiva il coro del “no al fascismo”, dello stop da infliggere alla destra becera, della chiamata alle armi contro il ritorno al mussolinismo o alla cessione di sovranità alla Lega.

Faceva spallucce Alemanno, anche se il volto gli si faceva bigio e gli occhi più tristi. Han tentato persino di collegare la difesa assunta da un avvocato del romeno che stuprò la studentessa del Lesotho ad una messa in scena voluta dal suo staff per incrementare il bisogno di sicurezza nella capitale. Ha incassato senza ululare, conscio della assurdità dei sospetti, ma ha continuato imperterrito a far sapere che Roma reclama una città vivibile e sicura.

Dopo anni e anni passati in un quartiere popolare, al Trionfale, si è trasferito da poco ai Parioli acquistando 140 metri quadri in un primo piano di un palazzo messo in vendita dall’Inps. Hanno cercato di azzannarlo alla gola anche per questo. Lui ha spiegato, paziente, che faceva parte di un gruppo di persone che ha presentato una offerta complessiva per tutti gli appartamenti all’istituto pensionistico che l’ha ritenuta conveniente. Hanno passato ai raggi X anche i suoi rapporti familiari: nulla da fare. Dopo una separazione di qualche anno dovuta a problemi personali e politici (la moglie Isabella è figlia di Pino Rauti che preferì il gran rifiuto ad An), i due sono tornati assieme. E lei, divenuta sua consigliori, si dice convintissima delle capacità del suo Gianni: «È uno serio, uno che crede in quel che fa. Con lui sindaco, questa città mette le ali!».

Certo, occorrerà vedere se Alemanno riuscirà in quel che dice di voler fornire alla capitale: più sicurezza, meno immigrazione, un secondo raccordo anulare, stadi nuovi per il calcio, più vigili in strada e tanto altro, perchè Roma è città cinica con un eccesso di burocrazia e mille problemi. Ma intanto Gianni è salito sulla vetta del Campidoglio, vi ha piantato la bandiera e, convinto da Berlusconi che sostiene «scopa nuova, scopa bene», proverà a ramazzare innanzitutto quel sistema di potere - sinistra politica e costruttori - che a Roma imperversa da anni senza colpo ferire, bloccando la strada a chiunque altro. Se lo aspettavano in pochi: invece «l’Alemanno s’è magnato er cicoria» cantavano ieri sera i suoi. Da oggi, nella capitale, si cambia.