A Kabul la campagna elettorale delle follie

C’è chi usa come stemma un paio di occhiali e chi punta su forchette e cucchiai

Fausto Biloslavo

da Kabul

Manifesti con simboli stravaganti, tende-gazebo per la propaganda, regali e pranzi luculliani in cambio di voti. La vivace e caotica campagna elettorale è entrata nel vivo a Kabul. Domenica prossima si vota per eleggere il Parlamento, la prima volta dai tempi della monarchia costituzionale di Zahir Shah, quarant'anni fa. I 5.800 candidati, per 659 seggi fra parlamento e consigli provinciali, si stanno sbizzarrendo con l'obiettivo di raggranellare consensi. I manifesti con gli strampalati simboli dei candidati tappezzano come coriandoli le vie della capitale afghana. La propaganda più incisiva, però, si fa sgozzando montoni per pantagrueliche mangiate in moschea, regalando di tutto ai possibili elettori, dai turbanti ai telefonini per chi assicura un pacchetto di voti, fino al tentativo di comprarsi il rivale più insidioso convincendolo ad abbandonare la corsa.
Uno dei candidati forti nella capitale è nientemeno che Hamajon Jarir, ex responsabile del servizio di intelligence dell'Hezb i Islami, il partito fondamentalista di Gulbuddin Hekmatyar, un signore della guerra alleato dei talebani che inneggia alla guerra santa contro gli Usa. Manifesto gigante, sguardo rassicurante, Jarir ha scelto come simbolo due paia di occhiali, un evidente invito agli elettori a guardare bene quando sceglieranno il nome sulla scheda.
Non sono pochi gli ex che cercano di riciclarsi con queste elezioni, a cominciare dai talebani pentiti di aver dato ospitalità a Osama Bin Laden, come il ministro degli Esteri degli studenti guerrieri Abdul Akim Muttawakil. A Kabul e nelle province corrono per il parlamento anche diversi ex comunisti, dei tempi dell'invasione sovietica, ma gran parte dei candidati è composta da sconosciuti. Il loro budget per le elezioni si riflette sulla grandezza e la qualità dei manifesti. I più poveri si limitano al formato volantino, come Mir Hassan Sadat che per risparmiare si è fatto stampare dei piccoli manifesti in bianco e nero. Il suo slogan, però è roboante, anche se simile alla gran parte dei candidati: «Islam, libertà e sicurezza».
Anche il modo di vestire ha la sua importanza nella propaganda. I pashtun solitamente portano il turbante, i tajiki il pacul, un berretto di lana a ciambella, gli islamici conservatori la tradizionale tunica afghana con i pantaloni a sbuffo e i progressisti vestono all'occidentale. Le donne hanno tutte il velo sulla testa, che lascia libero il volto. Per i mullah non basta e le candidate considerate più femministe, come Sohila Alokozai, ritrovano i propri volti truccati con dei baffoni sui manifesti.
I partiti hanno una triste fama in Afghanistan e la commissione elettorale ha concesso ai candidati un simbolo neutro, che aiuti chi non sa leggere e scrivere. A Herat, il capoluogo occidentale dell'Afghanistan vicino al confine iraniano, Mohammad Anwar Matin, con un volto che ricorda il Peppone di Guareschi, ha scelto la ramazza per combattere la corruzione. Crhulam Crhous Nabizadah, più scaramantico, ha scelto invece un ferro di cavallo, ma altri utilizzano i telefoni cellulari o gli aerei per indicare il cammino verso la modernità. Qualcuno ricorda i film di Totò, come il candidato Kambeez, che non disdegna il simbolo di forchetta e cucchiaio incrociati, nel senso che bisogna pur mangiare. Ma per convincere gli elettori a votare non bastano i manifesti affissi a ogni incrocio. Yunes Qanooni, uno dei leader più rappresentativi dell'opposizione, paga 5 afghani al giorno, circa 8 centesimi di euro, per chi circola con un suo manifesto sul lunotto posteriore dell'auto.
I regali durante i tour elettorali, soprattutto in provincia, sono importanti. Vanno per la maggiore i turbanti o i tappetini per la preghiera musulmana, ma chi garantisce il pacchetto di voti del suo clan può ricevere un telefonino, per mantenere i contatti con il candidato. La maggioranza degli aspiranti parlamentari ama sgozzare in pubblico montoni o agnelli offrendoli agli elettori in grandi pranzi in moschea, dove seduti per terra a gambe incrociate si mangia con le mani.
Il candidato più alternativo è Ramazan Bashardost, uno sciita di etnia hazara, silurato come ministro della Pianificazione dopo che aveva denunciato gli sperperi e la corruzione non solo del governo afghano, ma pure «della mafia delle organizzazioni umanitarie internazionali, che gestiscono i miliardi di dollari degli aiuti all'Afghanistan». Smilzo, educato in Francia e controcorrente, ha montato una bisunta tenda nel principale parco di Kabul, dove attira gli elettori in veementi comizi.