Kabul, pacifisti pronti allo sgambetto

Palermi (Pdci): "I militari italiani devono andarsene in fretta". Cento (Verdi) annuncia un sì condizionato. Oggi il voto alla Camera sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan

Roma - «Dall’Afghanistan i militari devono andarsene e in fretta». Non ci sono ripensamenti post-crisi nelle parole di Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi e del Pdci alla Camera. La posizione è quella nota della sinistra radicale. E questa volta lo spunto per rimarcarla lo ha fornito il rapimento del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, reso noto proprio nel giorno in cui l’Aula di Montecitorio ha iniziato l’esame del rifinanziamento delle missioni militari all’estero, Afghanistan compresa. «Sciocco strumentalizzare», le ha risposto il ministro degli Esteri Massimo D’Alema.

Ma i Comunisti italiani non hanno molta voglia di abbassare i toni. E lo si capisce da come l’eurodeputato Marco Rizzo ha descritto la situazione nella Repubblica islamica: «Gli americani a Jalalabad fanno rappresaglia come i nazisti: altro che portare la democrazia, sono decine i civili uccisi e feriti». Più prudente il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano che si è concentrato sull’appuntamento più difficile per la maggioranza, quello con il Senato, e ha cercato di tamponare preventivamente l’effetto di un’approvazione del decreto dovuta solo grazie al voto dei senatori a vita e delle opposizioni.

Che, con il «no» ribadito ieri dei senatori Ferdinando Rossi e Franco Turigliatto è praticamente una certezza. «La Costituzione dice che se su un provvedimento si ottiene la maggioranza, fine della trasmissione. Non capisco - è la protesta di Giordano - di che cosa discutiamo. Anche tutte queste sottigliezze, senatori a vita, voto politico, esiste un'unica maggioranza». Giordano è alle prese con la richiesta di lasciare libertà di voto, come quella di Paolo Cacciari, deputato del Prc che ieri ha ribadito la sua intenzione di dire no al decreto del governo. «L’ho detto nel mio intervento - spiega - e ho rinnovato la mia decisione al partito chiedendo, come ha fatto l’Spd in Germania con i suoi parlamentari, libertà di coscienza sul voto per l'Afghanistan». Un altro no in casa Prc sarà quello di Salvatore Cannavò. Altri preferiscono parlare di un sì condizionato, come il verde Paolo Cento. Che ha citato tra gli elementi positivi di novità l’impegno preso dal governo di acquistare dall’Afghanistan dell’oppio da utilizzare in Italia per le terapie del dolore. Anche perché così - ha spiegato - si mettono in discussione «il sistema delle multinazionali farmaceutiche e i profitti dei talebani». E proprio ieri è stato depositato l’ordine del giorno, firmato da esponenti di tutta la maggioranza, che impegna il governo «a sostenere nelle sedi internazionali competenti», ogni «iniziativa tesa a individuare un’efficace strategia di contrasto alla coltivazione e al commercio illegale di oppio, anche attraverso eventuali programmi di riconversione delle colture illecite» in «colture legali, ai fini di una sua utilizzazione per le terapie del dolore».

Per il resto, l’Unione ha tenuto un profilo basso. Le uniche uscite, in vista del voto della Camera e, ancora di più, di quello del Senato, sono quelle che mirano a rassicurare la sinistra radicale smentendo ogni tentazione di modificare la maggioranza. Come quella di Marina Sereni, vice capogruppo dei deputati dell’Ulivo ed esponente fassiniana dei Ds, sicura che anche nel caso in cui i voti della Cdl in Senato dovessero rivelarsi determinanti «non si aprirebbe un problema politico». È solo «convergenza unitaria delle forze parlamentari», gli ha fatto eco l’esponente Ds Umberto Ranieri. Precisazioni necessarie. Perché a Palazzo Madama, la «maggioranza politica» e «autosufficiente» di cui ha parlato il premier Romano Prodi dopo l’ultimo voto di fiducia sarà un miraggio.